Ci sono viaggi che si fanno per scelta, altri perché il Paese in cui vivi non è in grado di garantirti gli stessi diritti di chi vive altrove. Per un paziente, andare a curarsi in un’altra regione può significare affrontare centinaia di chilometri, pagare un albergo, chiedere a un familiare di accompagnarlo e perdere giornate di lavoro. Costi per le famiglie che per altri diventa economia della sofferenza. Qualche volta si parte per raggiungere un centro di eccellenza, altre perché le alternative disponibili sul territorio non sono sufficienti. La cosa è doppiamente grave perché di fronte a questo contesto il riequilibrio delle differenze non è in cima all’agenda politica. Per alcuni la priorità è addirittura un’altra: trattenere sempre più risorse e opportunità nelle regioni più ricche, a discapito delle altre (vedi autonomia differenziata).
Guardando i numeri, emerge un fenomeno che va ben oltre le scelte dei singoli pazienti.
Nel 2023 Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna hanno accumulato complessivamente circa 1,24 miliardi di euro di saldi negativi per la mobilità sanitaria. Il dato, contenuto nel nono Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale, restituisce la dimensione economica di uno squilibrio che attraversa il Paese da molti anni.
Non significa che tutti quei soldi siano finiti nelle casse degli ospedali settentrionali, né che ogni paziente meridionale sia costretto a partire per mancanza di assistenza. Significa, più precisamente, che cinque sistemi sanitari regionali hanno registrato un valore delle prestazioni ricevute dai propri residenti fuori regione superiore a quello delle cure erogate a pazienti provenienti da altri territori.
Il problema è la persistenza di questa situazione e la sua distribuzione geografica.
I pazienti partono, le risorse li seguono
Nel 2023 il valore complessivo della mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il livello più alto dal 2010.
Il 95,1% dei saldi positivi si concentra in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. All’estremo opposto, cinque regioni meridionali e il Lazio rappresentano insieme il 78,2% dei saldi negativi. I numeri sono particolarmente pesanti per la Calabria, con un saldo negativo di circa 327 milioni, la Campania, con 306 milioni, e la Puglia, con 253 milioni. Seguono Sicilia e Sardegna.
La mobilità sanitaria è un meccanismo previsto dal nostro sistema pubblico: se un cittadino riceve una prestazione fuori dalla regione di residenza, il relativo valore viene contabilizzato nei rapporti economici tra le amministrazioni. Il saldo negativo, quindi, non è una fattura pagata direttamente dal paziente.
Racconta, però, una geografia precisa.
Da una parte territori che attraggono pazienti e prestazioni, dall’altra sistemi regionali che non riescono a compensare con la propria capacità attrattiva il valore delle cure erogate altrove ai propri residenti.
A beneficiarne sono anche le strutture private accreditate. Secondo GIMBE, nel 2023 hanno erogato il 54,5% del valore della mobilità sanitaria relativa a ricoveri e prestazioni specialistiche, contro il 45,5% delle strutture pubbliche.
Il privato convenzionato, dunque, svolge un ruolo importante nella distribuzione delle prestazioni sanitarie tra le regioni. E questo rende ancora più necessario capire come viene organizzata l’offerta, quali servizi mancano nei territori di partenza e quali interventi potrebbero ridurre gli spostamenti evitabili.
Non tutta la mobilità sanitaria è un problema ma lo diventa quando partire non è più una possibilità, ma una necessità.
Sei regioni meridionali nelle ultime sette posizioni
Per capire quanto sia profonda la distanza tra i sistemi sanitari regionali bisogna guardare anche ai Livelli Essenziali di Assistenza, le prestazioni e i servizi che lo Stato deve garantire a ogni cittadino, indipendentemente dal luogo di residenza.
La fotografia più recente, relativa al 2024, presenta un risultato apparentemente incoraggiante: 18 regioni e province autonome su 21 raggiungono le soglie minime previste dal Nuovo Sistema di Garanzia.
Le amministrazioni inadempienti sono soltanto tre: Calabria, Sicilia e Provincia autonoma di Bolzano.
Il giudizio cambia, però, quando si osservano i punteggi complessivi elaborati dalla Fondazione GIMBE sommando le tre aree di valutazione: prevenzione, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera.
Sei delle ultime sette posizioni sono occupate da regioni del Mezzogiorno.
Il Veneto guida la classifica con 288 punti su 300. La Calabria è ultima con 189. In mezzo ci sono 99 punti di differenza, una distanza considerevole per un sistema sanitario che dovrebbe assicurare prestazioni essenziali uniformi.
La Sicilia si ferma a 196 punti, il Molise a 192, la Basilicata a 205 e la Campania a 209. La Sardegna raggiunge 212 punti.
La Puglia rappresenta un’eccezione importante: con 242 punti si colloca al decimo posto nazionale, unica regione meridionale nelle prime dieci posizioni. L’Abruzzo arriva a 229.
Questi numeri smentiscono l’idea di un Sud sanitario tutto uguale. Ci sono differenze significative anche tra territori confinanti, risultati migliori e peggiori, problemi che riguardano specifiche aree dell’assistenza.
Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione.
Tra il 2023 e il 2024 il numero delle amministrazioni adempienti è salito da 13 a 18. Nello stesso periodo, però, la quota di italiani che ha rinunciato a prestazioni sanitarie è cresciuta dal 7,6% al 9,9%.
È un apparente paradosso. I sistemi regionali migliorano nelle valutazioni amministrative, mentre una parte crescente dei cittadini continua a incontrare difficoltà nell’accesso alle cure.
Superare una soglia non significa necessariamente riuscire a garantire un esame diagnostico o una visita specialistica nei tempi richiesti dalle condizioni di salute.
Chi può permetterselo trova un’alternativa
Il rapporto tra qualità dell’assistenza e condizioni economiche delle famiglie è probabilmente uno degli aspetti più delicati dell’intera questione.
Nel 2025 gli italiani hanno pagato direttamente di tasca propria circa 42,4 miliardi di euro per prestazioni e servizi sanitari.
Una cifra enorme, che però non racconta tutto. Perché la spesa privata misura quello che le famiglie riescono effettivamente a pagare, non quello di cui avrebbero bisogno.
Nel 2024, secondo i dati ISTAT ripresi da GIMBE, oltre 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria. I motivi comprendono le attese troppo lunghe, le difficoltà economiche e gli ostacoli nell’accesso ai servizi.
Il fenomeno riguarda tutto il Paese. Nelle Isole la quota delle rinunce raggiunge l’11%, contro l’8,1% del Nord-Est.
Esiste però una differenza fondamentale tra chi può permettersi di rivolgersi a uno specialista privato e chi non ha questa possibilità: il primo può provare ad aggirare una lista d’attesa pagando, il secondo deve aspettare oppure rinunciare.
Ed è proprio qui che il divario sanitario incontra quello economico.
In Italia, paradossalmente, si spende privatamente di più nelle regioni più ricche, non necessariamente in quelle dove i servizi pubblici presentano maggiori difficoltà. Il dato non dimostra che al Nord ci siano più problemi di salute ma riflette anche una maggiore capacità delle famiglie di acquistare prestazioni.
Nel Mezzogiorno la situazione può essere assai più complicata. Quando l’offerta pubblica non riesce a soddisfare i bisogni e il reddito familiare è insufficiente, manca anche la possibilità di cercare un’alternativa.
Il quadro è aggravato dalla povertà assoluta, che nel 2024 riguarda il 10,2% delle famiglie nel Sud e l’11,2% nelle Isole, contro una media nazionale dell’8,4%.
Sono condizioni che rischiano di trasformare una disuguaglianza economica in una disuguaglianza nell’accesso alla salute.
Quei quasi tre anni di vita che separano Campania e Trentino
C’è un altro dato che rende particolarmente evidente la distanza tra i territori italiani: nel 2025 la speranza di vita alla nascita è stimata in 83,7 anni a livello nazionale. Nella Provincia autonoma di Trento raggiunge gli 85 anni. In Campania si ferma a 82,1.
La differenza è di 2,9 anni.
Tutte le otto regioni del Mezzogiorno presentano valori pari o inferiori alla media italiana.
Naturalmente sarebbe scorretto attribuire questa distanza esclusivamente al funzionamento degli ospedali. La durata della vita dipende da numerosi fattori: reddito, istruzione, condizioni ambientali, abitudini individuali, lavoro, prevenzione e accesso ai servizi. Il Rapporto GIMBE non dimostra un rapporto diretto di causa ed effetto tra qualità della sanità e differenza nella speranza di vita.
Resta però una domanda difficile da ignorare: quanto incidono le disuguaglianze sociali e territoriali sulla possibilità di vivere più a lungo e in buona salute?
Un parziale riequilibrio dei fondi c’è stato ma non è sufficiente
La revisione dei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale ha prodotto un effetto redistributivo a favore del Mezzogiorno. Nel 2023 tutte le regioni meridionali hanno registrato aumenti del finanziamento pro capite superiori alla media nazionale: dagli 80 euro della Campania ai 101 della Sardegna, rispetto ai 71 euro medi italiani. Il riequilibrio è stato dunque avviato, almeno parzialmente, ma il terreno da recuperare dopo decenni di trattamento diseguale è davvero tanto.
Questo non significa, tra l’altro, che le risorse siano diventate sufficienti. Gli stessi criteri di riparto continuano ad attribuire un peso molto ridotto alle condizioni socio-economiche della popolazione: appena lo 0,75% del finanziamento viene distribuito sulla base degli indicatori di deprivazione.
È una scelta che meriterebbe un confronto politico molto più approfondito. Il Mezzogiorno ha bisogno di maggiori investimenti e di un finanziamento coerente con i bisogni di salute.
La vera sfida comincia fuori dagli ospedali
C’è infine il tema dell’assistenza territoriale.
La Missione Salute del PNRR dispone di 15,63 miliardi di euro, destinati tra l’altro a Case della Comunità, Ospedali di Comunità, tecnologie, digitalizzazione e potenziamento dell’assistenza.
Al 30 settembre 2026 il Governo ha dichiarato raggiunti gli obiettivi previsti per l’ultima rata, ma GIMBE segnala che una parte dei risultati non è ancora interamente verificabile attraverso le informazioni pubblicamente disponibili.
Questo non significa che gli obiettivi non siano stati raggiunti. Significa che manca ancora una verifica pubblica sufficientemente dettagliata su diversi interventi.
Soprattutto, completare un edificio o rispettare un obiettivo amministrativo non equivale automaticamente ad assicurare un servizio funzionante.
Una Casa della Comunità serve se al suo interno ci sono professionisti, prestazioni accessibili e un’organizzazione capace di seguire i pazienti. Altrimenti resta una struttura che migliora le statistiche senza cambiare abbastanza la vita delle persone.
Per il Mezzogiorno è una questione decisiva. Rafforzare la medicina territoriale significa anche intervenire prima che un problema di salute richieda un ricovero, ridurre le difficoltà di accesso e alleggerire la pressione sugli ospedali.
Un diritto nazionale, ventuno sistemi diversi
Il punto non è impedire a un cittadino calabrese di farsi curare in Lombardia o a uno pugliese di scegliere un centro specializzato in Emilia-Romagna. La libertà di scegliere dove curarsi è una risorsa del Servizio Sanitario Nazionale, non un difetto da correggere. Il problema nasce quando questa libertà rischia di trasformarsi in una necessità per chi vive in determinati territori.
Il nono Rapporto GIMBE mostra che l’Italia continua a garantire risultati di salute complessivamente buoni, ma fatica sempre di più a offrire cure tempestive ed eque.
La risposta non può limitarsi a trasferire risorse da una parte all’altra del Paese, né a invocare genericamente una maggiore efficienza. Bisogna fare entrambe le cose: finanziare il diritto alla salute e verificare che i soldi si traducano in servizi.
Perché c’è una differenza sostanziale tra avere il diritto di curarsi ovunque in Italia e poterlo esercitare davvero vicino a casa.
Il primo ce lo garantisce la Costituzione. Il secondo, ancora oggi, dipende troppo spesso dal luogo in cui si vive e dai soldi che si hanno.






