di Erasmo Venosi
Fisico, già vice presidente della Commissione AIA del Ministero dell’Ambiente, componente del gruppo scientifico Energia e Clima del Parlamento Europeo e consulente di ClientEarth per la Centrale Federico II di Brindisi
Il 23 settembre 2026 passerà alla storia della politica energetica italiana come il giorno dell’illusione per legge. Con l’approvazione definitiva al Senato del disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile, il Parlamento ha concesso al Governo dodici mesi di tempo per redigere i decreti legislativi che dovrebbero normare il ritorno dell’atomo in Italia. La macchina della propaganda politica e una stampa troppo spesso appiattita sulle veline ministeriali hanno immediatamente attivato una narrazione trionfalistica: si parla di svolta epocale, di sovranità energetica e di piccoli reattori modulari (SMR) di ultima generazione pronti a salvare il Paese dalla transizione ecologica. Iscriviti gratis per ricevere nuovi post
La realtà industriale e scientifica racconta però una storia completamente diversa.
Dietro lo specchietto per le allodole del “nucleare smart e pulito” si nasconde un impianto normativo che legifera su reattori di quarta generazione commercialmente inesistenti, ignorando i costi astronomici di sviluppo e il dramma mai risolto dello stoccaggio delle scorie radioattive. Questa accelerazione legislativa sembra ignorare un principio fondamentale del mondo reale: la fisica non risponde alle scadenze della politica né alle veline di stampa.
Il mito del mercato e dei profitti che restano privati
Per comprendere il destino del nucleare promesso dall’attuale politica, basta guardare oltreoceano. La retorica del nucleare “smart” e di piccole dimensioni ha subito un durissimo colpo con il clamoroso fallimento del progetto della NuScale Power Corp, il fiore all’occhiello degli Small Modular Reactors (SMR) negli Stati Uniti. Presentato come la svolta flessibile rispetto all’atomo tradizionale, il progetto è naufragato per insostenibilità economica: i costi complessivi sono esplosi da 5,3 a 9,3 miliardi di dollari, provocando il crollo verticale delle azioni dell’azienda dell’85% e la fuga dei clienti.
La verità che non viene detta è che il nucleare sicuro ed economico, per i privati, non esiste. Nessun consorzio industriale oggi costruisce centrali a proprio rischio e pericolo. In Europa, l’esempio di Hinkley Point C nel Regno Unito è emblematico: i costi sono lievitati oltre i 46 miliardi di sterline. Per far partire i cantieri, lo Stato ha dovuto concedere i cosiddetti Contracts for Difference (CfD), garantendo ai privati un prezzo d’acquisto dell’elettricità altissimo e bloccato per 35 anni. Se il prezzo di mercato scende, la differenza la pagano i cittadini in bolletta. Il modello economico del nuovo nucleare è sempre lo stesso: i profitti restano privati, ma il rischio finanziario viene sistematicamente scaricato sullo Stato e sulle spalle dei contribuenti.
Intanto Newcleo, la startup italo-francese fondata nel 2021 a Londra dall’imprenditore e fisico italiano Stefano Buono, fondatore di Advanced Accelerator Applications, ha esordito al Nasdaq martedì scorso con le azioni che sono passate da 10,65 dollari a 8,15. AAA opera nel campo della medicina nucleare oncologica. Newcleo progetta reattori veloci di piccola taglia raffreddati al piombo anziché ad acqua. I reattori di questa società sono progettati per essere alimentati a combustibile MOX e per “bruciare” ed estrarre energia dai rifiuti radioattivi e dalle scorie di altre centrali convenzionali, come il plutonio e l’uranio impoverito. Parleremo in un prossimo articolo di questo “sogno antico”. L’obiettivo è ridurre i costi di produzione e costruire i primi impianti nel 2032.
Attualmente, bruciare la componente pericolosa dei rifiuti nucleari è un’illusione tecnologica. Questi reattori non esistono sul piano commerciale e, spesso, nemmeno sotto forma di veri prototipi industriali funzionanti su larga scala. Le scadenze per una loro effettiva adozione vengono posticipate da decenni. Tre reattori di quarta generazione su sei sono a neutroni veloci e il combustibile esausto che dovrebbe alimentarli deve essere riprocessato.
Che cosa significa? Le scorie recuperate devono essere trattate chimicamente per estrarre il plutonio e gli attinidi minori, cioè nettunio, americio e curio, dall’uranio e dai prodotti di fissione. Questo procedimento genera grandi quantità di rifiuti a media attività radioattiva. I fautori della trasmutazione che “brucia” usando neutroni veloci dovrebbero chiarire una questione molto confusa. La trasmutazione non è un processo magico che trasforma il nucleare in energia pulita. I prodotti di fissione derivanti da questo “baratto” nucleare includono comunque isotopi radioattivi estremamente pericolosi e mobili, come il Tecnezio-99 o lo Iodio-129, che richiedono comunque lo stoccaggio geologico profondo. Chiaro? Nessuna tecnologia di quarta generazione elimina la necessità di un deposito geologico definitivo.
La chimica non si piega ai decreti legge
La seconda grande omissione riguarda la disponibilità fisica della materia prima e la natura stessa della tecnologia. La propaganda parla di “sostenibilità”, ma la fisica ci ricorda che l’uranio è una risorsa mineraria finita. Nelle rocce naturali, l’uranio fissile (U-235) è presente in una concentrazione minima dello 0,7% e, per funzionare nei reattori, deve essere arricchito artificialmente fino al 4%. Le stime che parlano di circa 100 anni di riserve mondiali sono vere solo a patto di mantenere lo status quo, ovvero gli attuali 440 reattori globali che coprono appena il 10% dell’elettricità mondiale. Se il nucleare dovesse davvero sostituire il fossile su scala planetaria, le riserve ad alta qualità si esaurirebbero in meno di 30 anni.
Per superare questo limite si citano spesso i reattori veloci autofertilizzanti, capaci di produrre più combustibile di quello che consumano. Ma la storia industriale ha già bocciato questa strada con i fallimenti clamorosi dei progetti francesi Phénix e Superphénix, chiusi definitivamente a causa degli altissimi rischi tecnici legati all’uso del sodio liquido come refrigerante, una sostanza chimica che reagisce in modo esplosivo a contatto con l’acqua e l’aria. La favola della “quarta generazione” a sicurezza intrinseca si scontra con il fatto che anche un reattore spento produce un calore di decadimento spaventoso che, se non raffreddato da energia esterna, rischia la fusione del nocciolo. Senza contare il convitato di pietra: il Plutonio-239, una scoria letale prodotta dalla fissione che dimezza la propria radioattività solo dopo 24.000 anni, restando pericolosa per un quarto di milione di anni.
L’equivoco del “quinto” energetico
C’è poi una verità matematica, certificata dai dati ufficiali del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), che smonta definitivamente l’utilità del nucleare nella corsa contro il tempo del cambiamento climatico. Il dibattito pubblico fa coincidere l’intero problema energetico con la sola produzione di energia elettrica. Ma l’elettricità, nei bilanci energetici finali dell’Italia, rappresenta appena il 21-22% dei consumi complessivi. Circa un quinto del totale.
Il restante 80% del fabbisogno nazionale è dominato dagli usi termici, dal riscaldamento e dai processi industriali ad alta temperatura, che pesano per il 45%, e dai trasporti, che pesano per il 33%.
Anche se domani, per assurdo, l’Italia avesse una rete elettrica interamente alimentata da centrali nucleari, l’impatto sulla nostra dipendenza dai combustibili fossili sarebbe marginale. Settori industriali pesanti come acciaierie e cementifici, o i trasporti marittimi e aerei, non possono essere elettrificati facilmente. Presentare il nucleare come la chiave per la sovranità energetica nazionale è un errore logico e matematico: si sprecano miliardi e decenni per curare solo una piccola frazione del problema energetico.
Abbiamo sentito e letto di una quarta generazione esistente e di sistemi di raffreddamento diversi dall’acqua di grande efficacia. Invece, metalli liquidi come il sodio, il piombo e i sali fusi comportano rischi specifici; il sodio, in particolare, reagisce violentemente a contatto con aria e acqua. Inoltre, è corrosivo e la gestione di grandi quantità genera problemi di sicurezza che hanno pesato sui progetti Superphénix in Francia e Monju in Giappone, con rilevanti perdite economiche. Alle perdite di Superphénix partecipiamo ancora oggi anche noi, dopo che Enel se ne è liberata scaricando, con la riforma del mercato elettrico, gli oneri sullo Stato.
Altro aspetto pericolosamente sottovalutato è la proliferazione nucleare. I reattori a neutroni veloci e le tecnologie di riprocessamento associate generano grandi quantità di plutonio, aumentando il rischio di terrorismo nucleare e trasformando l’“intrinsecamente sicuro” in intrinsecamente insicuro.
Infine, gli SMR, praticamente “divinizzati” dai media e da gran parte del mondo politico. Passando dal tifo acritico e dalle veline dell’industria di settore a studi scientifici, come quello della Stanford University, e alle recenti dinamiche di mercato, emergono forti critiche tecniche ed economiche.
La contraddizione delle scorie: gli SMR ne producono di più
Il paradosso principale emerso dagli studi scientifici è che, riducendo la taglia del reattore, il problema delle scorie peggiora, non migliora.
Il dato scientifico: secondo lo studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), a parità di energia elettrica prodotta, gli SMR aumentano il volume dei rifiuti radioattivi da gestire di un fattore compreso tra 2 e 30 rispetto ai grandi reattori convenzionali. Il motivo tecnico? Le dimensioni ridotte del nocciolo degli SMR generano una maggiore fuga di neutroni (neutron leakage) verso l’esterno. Questi neutroni colpiscono le strutture metalliche e i materiali circostanti, attivandoli radioattivamente. Lo studio stima che gli SMR generino almeno nove volte più acciaio attivato dai neutroni rispetto alle centrali tradizionali.
La chimica dei rifiuti: il combustibile esausto degli SMR conterrà concentrazioni più elevate di isotopi fissili, richiedendo complessi processi di gestione e stoccaggio termico prima di poter procedere al confinamento finale.
Infine, la promessa commerciale degli SMR si basa sulla standardizzazione: produrre i componenti in fabbrica per abbattere i costi e assemblarli rapidamente sul posto. Purtroppo la fisica nucleare risponde alla legge delle economie di scala. Ridurre le dimensioni significa far lievitare i costi fissi per unità di potenza erogata.
Altra smentita proveniente dalla realtà riguarda i tempi di sviluppo. Si sostiene che gli SMR saranno realizzati in 2-3 anni, ma i pochi prototipi reali al mondo smentiscono questa narrativa. La centrale galleggiante russa Akademik Lomonosov, ad esempio, ha richiesto 13 anni di lavori e miliardi di dollari di spesa a fronte di una potenza ridotta. Ultima questione rilevante, ma quasi mai valutata, è la gestione della sicurezza fisica e della sorveglianza di decine di piccoli siti distribuiti sul territorio, che risulta immensamente più complessa e costosa rispetto a quella di un’unica grande centrale centralizzata.





