Nucleare, il ritorno: perché la scorciatoia atomica è un abbaglio
L'annuncio di Giorgia Meloni: legge delega entro l'Estate per riprendere la corsa all'atomo. In cinque punti spiegato perché sarebbe un errore
L’annuncio della presidente Giorgia Meloni è arrivato con la nettezza di chi non ammette repliche: entro l’estate, legge delega e decreti attuativi saranno pronti per rimettere in moto l’atomo in Italia. Presentata come la chiave di volta per risolvere crisi energetica e decarbonizzazione, questa mossa, a guardare bene i dati e la morfologia del territorio — specialmente quello meridionale — somiglia più a un colossale errore di prospettiva che a una strategia lungimirante.
Ecco perché, conti alla mano, il nucleare oggi non è la soluzione che serve all’Italia:
1. Il vicolo cieco del fattore tempo
La crisi climatica e la fame di autonomia energetica impongono di correre, non di aspettare. Anche ipotizzando il ricorso ai nuovi piccoli reattori modulari (SMR), tra iter autorizzativi, burocrazia italiana e tempi tecnici di costruzione, non vedremmo un solo chilowattora prima di 15 o 20 anni. Scommettere su una tecnologia che entrerà a regime forse nel 2045 significa, di fatto, togliere ossigeno e risorse a solare ed eolico. Le rinnovabili sono cantierizzabili in pochi mesi e potrebbero alleggerire le bollette già da domani, non tra due decenni.
2. Il bluff dei costi: è la fonte più cara sul mercato
Dietro la narrazione del “nucleare che conviene” si nasconde una realtà economica opposta. Le analisi di Lazard sul costo livellato dell’energia (LCOE) parlano chiaro: il nucleare resta una delle fonti più onerose al mondo. Mentre nell’ultimo decennio i costi di solare ed eolico sono crollati dell’80-90%, quelli dell’atomo sono rimasti stabili o addirittura aumentati, zavorrati da standard di sicurezza comprensibilmente sempre più rigidi. Scegliere questa strada significa condannare l’Italia a prezzi dell’energia fissi e fuori mercato rispetto ai competitor che puntano sul mix rinnovabili-idrogeno. A maggio di quest’anno il prezzo medio dell'energia (PUN) oscilla intorno ai 120 €/MWh. Se una nuova centrale nucleare produce a 140 €/MWh, richiede sussidi statali permanenti per non mandare in perdita il gestore. Ecco il confronto con l’eolico e il solare:
Oltre alla pura produzione, ci sono voci di spesa che spesso nel dibattito non vengono considerate ma che sono tutt’altro che relative, come il Decommissioning (lo smantellamento dei reattori ha un costo stimato di circa 8,33 € per ogni MWh prodotto durante la vita della centrale); il Licensing (solo le spese burocratiche e i permessi costano circa $60 milioni per reattore, a cui si aggiungono fino a $240 milioni per la certificazione del design specifico in ogni paese); il Fuel Cycle (il costo del combustibile è salito: 1 kg di uranio arricchito (UO2) costa oggi circa $1.663, con l’arricchimento che pesa per il 24% del totale).
3. Sud: sabotare la “vocazione verde” per un dogma
Per il Mezzogiorno, questa sterzata è un controsenso logico. Ha una biocapacità naturale — sole e vento — che lo candida ad essere l’hub energetico d’Europa. Proprio ora che si lavora a progetti come la “Puglia Green Hydrogen Valley” e si mobilitano i fondi PNRR per la transizione, infilare il nucleare nel mix rischia di scatenare un conflitto di investimenti pericoloso. Le risorse non sono infinite: ogni euro bruciato nella ricerca di siti atomici viene sottratto all’efficientamento di una rete elettrica meridionale che già oggi soffre di colli di bottiglia e non riesce ad assorbire tutta l’energia pulita prodotta.
4. Il nodo scorie in un Paese fragile
Non siamo ancora riusciti, in trent’anni, a individuare un sito per il Deposito Nazionale dei rifiuti di media e bassa intensità (quelli ospedalieri e delle vecchie centrali). Immaginare di gestire oggi scorie ad alta attività in un territorio ad altissimo rischio sismico e idrogeologico, con una densità abitativa tra le più alte d’Europa, è un’incognita tecnica e sociale che nessuno sembra voler affrontare seriamente. Imporre centrali tramite “deroghe” significa solo scavalcare le comunità locali, esasperando uno scontro tra centro e periferia che è già la tomba di troppe opere pubbliche.
5. Sovranità o nuova dipendenza?
C’è poi un tema di sovranità. A differenza delle rinnovabili, la cui tecnologia è ormai diffusa e democratica, la filiera atomica ci renderebbe ostaggi di pochissimi player globali — Francia, USA o Corea del Sud — per reattori e combustibile. L’uranio arricchito non si trova dietro l’angolo. Invece di liberarci dai ricatti energetici, rischiamo semplicemente di cambiare padrone, passando dalla dipendenza dal gas a quella tecnologica di terzi.
La riapertura del dossier nucleare in Italia non ha il sapore del pragmatismo, ma quello dell’ideologia.




