Non solo l'innalzamento del livello del mare: perché il Salento continua a sprofondare
I dati del progetto europeo AdriaClimPlus svelano un’accelerazione drammatica: nel mare italiano il surriscaldamento corre a una velocità tre volte superiore alla media globale
Mentre il dibattito politico ed economico si concentra spesso sulle scadenze industriali a breve termine, esiste un mutamento silenzioso ma spaventosamente tangibile che sta ridisegnando i connotati fisici e strutturali dei territori. Non si tratta di proiezioni teoriche a lungo raggio ma degli esiti scientifici emersi nel corso del workshop internazionale svoltosi ieri a Bari, nella sede della Regione Puglia, dal titolo eloquente: “Cambiamenti climatici: innovazione, governance e cooperazione territoriale”. L’incontro, organizzato nell’ambito del programma di cooperazione Interreg Italia-Croazia all’interno del progetto scientifico AdriaClimPlus, ha messo a nudo una realtà con cui il Mezzogiorno costiero dovrà fare i conti molto prima del previsto.
I dati emersi dalle reti di monitoraggio del CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) e presentati dagli esperti tracciano un quadro d’allarme per il mare che bagna le coste pugliesi.
L’Adriatico si sta scaldando a ritmi accelerati: circa tre volte e mezzo più rapidamente rispetto alla media dell’Oceano globale, registrando un incremento termico di ben 0,4 gradi per ogni decennio. Questo eccezionale accumulo di calore racchiuso nel bacino mediterraneo si traduce in un fenomeno visibile a occhio nudo lungo i nostri litorali: il livello medio del mare cresce a un ritmo costante di 0,5 centimetri ogni anno.
Tuttavia, limitarsi a osservare l’innalzamento dello specchio d’acqua significa guardare solo una metà del problema. La vera emergenza pugliese nasce da una drammatica convergenza di fattori: mentre il mare sale a ritmi mai visti prima, la terraferma sta letteralmente affondando.
Il paradosso salentino: la morsa tra maree e subsidenza
Il territorio più esposto a questa tenaglia ambientale è il Salento. Come evidenziato dagli oceanografi e dai modellisti ambientali, la penisola salentina è storicamente soggetta a un fenomeno geologico di subsidenza. I dati storici indicano che l’area subisce uno sprofondamento naturale di circa un millimetro all’anno, un processo lento che va avanti da quasi mezzo millennio. Ma oggi, la sovrapposizione tra questo abbassamento del suolo e l’innalzamento accelerato delle acque indotto dall’effetto serra antropico sta creando un effetto cumulativo devastante.
I tassi di crescita netta del livello marino, calcolati tenendo conto del movimento della crosta terrestre, oscillano ormai tra i 3 e i 6 millimetri all’anno lungo l’intera fascia costiera che va dal Gargano fino al capo di Leuca. Significa che il Salento sta perdendo quota rispetto al livello del mare a una velocità doppia rispetto ad altre aree della penisola.
Le conseguenze sulla linea di costa sono profonde e si muovono lungo tre direttrici principali. In primo luogo, un aumento esponenziale delle inondazioni costiere, destinate a diventare sempre più frequenti ed estese anche in assenza di mareggiate eccezionali. In secondo luogo, un’accelerazione dei fenomeni erosivi che stanno sbriciolando le falesie e inghiottendo i litorali sabbiosi. Esiste però una terza minaccia, ancora più insidiosa perché invisibile agli occhi, che colpisce direttamente il cuore economico e agricolo del territorio: l’intrusione salina.
La contaminazione delle falde e il collasso delle risorse idriche
L’avanzata del mare non si ferma alla linea di spiaggia. L’acqua salata spinge con forza crescente verso l’interno, infiltrandosi nel sottosuolo e andando a impattare direttamente sull’acquifero freatico. Questa imponente massa d’acqua marina sta progressivamente scalzando l’acqua dolce sotterranea, la cui pressione naturale è già fortemente indebolita da decenni di prelievi massicci e spesso incontrollati per scopi agricoli e industriali.
Il rischio immediato è la contaminazione irreversibile delle falde acquifere costiere, che rischiano di diventare permanentemente salate e, di conseguenza, del tutto inutilizzabili per l’irrigazione dei campi. Un collasso idrico che colpirebbe al cuore le colture di pregio del tacco d’Italia, riducendo drasticamente la disponibilità di risorsa idrica potabile e costringendo a una revisione totale dei piani di approvvigionamento regionali.
A soffrire non è solo l’agricoltura. Le acque calde e alterate dal punto di vista biogeochimico stanno provocando un vero e proprio stravolgimento ecologico nei nostri mari. La prima e più evidente manifestazione di questo shock ambientale è la comparsa di specie aliene e infestanti. Nei mari pugliesi il surriscaldamento delle acque ha favorito la proliferazione del granchio blu e di altre specie predatrici. Gli eventi meteo-climatici estremi e le ondate di calore marino stanno mettendo a dura prova la mitilicoltura e la pesca locale, con perdite registrate che arrivano a toccare il 90% della produzione di sementi e ingenti danni economici per l’intero comparto ittico.
Modelli predittivi e “Digital Twin”: la scienza contro i negazionismi
Di fronte a uno scenario di tale portata, la risposta non può risiedere nell’emergenza continua, ma in una governance rigorosa basata sulla trasparenza dei dati scientifici. Il progetto AdriaClimPlus, che vede la Regione Puglia in prima linea come partner strategico, mira proprio a sviluppare strumenti avanzati di monitoraggio per anticipare gli impatti futuri. Attraverso l’integrazione di osservazioni satellitari, boe marine e modelli matematici di ultima generazione, i ricercatori sono oggi in grado di simulare gli eventi estremi su una scala temporale che si spinge fino al 2100.
La ricerca scientifica si muove oggi su simulazioni d’impatto differenziate. Da un lato lo scenario più critico, denominato business as usual, che fotografa gli effetti sul territorio qualora lo sviluppo economico mondiale continuasse a basarsi massicciamente sui combustibili fossili. Dall’altro, uno scenario middle of the road, che prevede una transizione graduale verso le energie alternative e l’adozione di severe politiche di mitigazione del rischio.
La particolarità di questi sistemi predittivi risiede nel livello di dettaglio territoriale raggiunto, capace di superare la macro-scala globale per concentrarsi sulle dinamiche sub-regionali e costiere dell’Adriatico. Un’azione conoscitiva che, come sottolineato dal coordinamento scientifico del progetto, punta a definire traiettorie d’azione concrete, scevre da posizioni ideologiche o atteggiamenti negazionisti.
I piani di adattamento costiero non sono più un’opzione teorica, ma una necessità normativa e strutturale. Senza un’integrazione immediata dei piani urbanistici, della gestione delle infrastrutture idriche e della difesa dei suoli con i dati della climatologia moderna, il prezzo da pagare per il Mezzogiorno rischia di essere drammaticamente alto. L’arretramento della linea di costa, che in alcune aree pianeggianti e sabbiose potrebbe viaggiare a velocità trenta o quaranta volte superiori rispetto alle scogliere rocciose, impone scelte pubbliche coraggiose. Il mare continua a salire, la terra sotto i nostri piedi continua a scendere: il tempo delle decisioni scade alla velocità di mezzo centimetro all’anno.
Un appuntamento di alto livello scientifico
Il workshop di AdriaClimPlus è stato patrocinato e co-organizzato dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Bari e dall’Ordine dei Geologi della Puglia.
Si è aperto con i saluti istituzionali del Dipartimento Ambiente, Paesaggio e Qualità Urbana della Regione Puglia, che hanno introdotto i temi al centro della giornata di confronto. I lavori sono proseguiti con l’intervento di Gianandrea Mannarini, Senior Scientist del CMCC – Institute for Earth System Predictions, dedicato ai cambiamenti nel mare in Puglia.
A seguire, Giorgia Verri, Scientist CMCC e AdriaClimPlus Project Coordinator, ha illustrato il contributo del progetto nell’avanzamento della conoscenza sul clima futuro dell’Adriatico a supporto delle strategie di adattamento.
Il programma è poi proseguito con l’intervento di Dario Giaiotti, modellista ambientale di ARPA FVG, dedicato al passaggio dal Digital Twin ambientale della Regione Friuli Venezia Giulia agli scenari climatici AdriaClimPlus per l’area pilota del Nord-Est Adriatico. Lorenzo Mentaschi, Ricercatore Senior in Fisica della Terra e Oceanografia presso l’Università di Bologna, ha approfondito i nuovi sviluppi nella modellazione biogeochimica e nelle proiezioni climatiche nel Mar Adriatico.
La seconda parte della mattinata è stata dedicata al rapporto tra innovazione, sostenibilità e governance. Vincenzo Barbieri, Chief Marketing Officer di Planetek Italia, è intervenuto sul ruolo dello spazio per lo sviluppo sostenibile, mentre Elisa Fiorini Beckhauser, ricercatrice in diritto e contenzioso climatico presso la Fondazione CMCC – ATEC, ha affrontato il tema della governance per l’adattamento e della legittimità sociale delle politiche climatiche nelle pubbliche amministrazioni.
Particolare attenzione è stata riservata anche al coinvolgimento degli stakeholder nei processi di adattamento climatico. Stefania Geronimo, del Dipartimento Ambiente, Paesaggio e Qualità Urbana della Regione Puglia, ha presentato le azioni di coinvolgimento e formazione realizzate nell’ambito di AdriaClimPlus, evidenziando il ruolo della partecipazione e della formazione nella costruzione di strategie di adattamento più efficaci e condivise.
Il programma ha previsto inoltre l’intervento di Gerardo Ventafridda, Responsabile Controllo del Territorio e Dissesti, Pianificazione e Bilancio Idrico di Acquedotto Pugliese S.p.A., dedicato ai modelli per la disponibilità della risorsa idrica in AQP, tra analisi, previsione e supporto alle decisioni.
A chiudere la sessione tecnica è stata Viviana Piermattei, Responsabile dell’Unità di Ricerca Sistemi di Osservazione Avanzati della Divisione Global Coastal Ocean del CMCC, con un intervento dedicato all’importanza delle osservazioni nello studio dei cambiamenti climatici e al ruolo della Citizen Science. Durante il suo contributo sono stati inoltre presentati gli strumenti utilizzati per l’analisi e lo studio dei fenomeni climatici e ambientali.
Il workshop si inserisce nel percorso di disseminazione di AdriaClimPlus, che punta a promuovere una maggiore consapevolezza sui rischi climatici e a rafforzare il dialogo tra ricerca, istituzioni e territori, con l’obiettivo di costruire strategie condivise e science-based per l’adattamento delle aree costiere adriatiche.







