La secessione dei ricchi parte dalla sanità: ecco perché il Sud rischia il collasso
L’analisi della SVIMEZ svela il "lato oscuro" della riforma Calderoli: le intese con le Regioni del Nord cristallizzeranno i divari, trasformando la salute in un privilegio legato alla residenza
C’è un momento in cui la teoria politica si scontra con la cruda realtà dei numeri e dei diritti fondamentali. Quel momento, per l’Italia e in particolare per il Mezzogiorno, è arrivato con l’accelerazione impressa dal Governo all’attuazione dell’autonomia differenziata (ex art. 116, terzo comma della Costituzione). Mentre il dibattito pubblico si arena spesso su astratti principi di “responsabilità” e “buona amministrazione”, le analisi tecniche, quelle condotte da chi il Sud lo studia per missione istituzionale da ottant’anni, dipingono uno scenario ben diverso. Un’estetica del federalismo che nasconde, neanche troppo bene, un meccanismo di desertificazione sociale e infrastrutturale del Sud.
La recente audizione della SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) in Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, dedicata proprio all’esame degli schemi di intesa avanzati da Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, è un documento che non ammette repliche ottimistiche. È un grido d’allarme, analitico e misurato nelle parole ma devastante nei contenuti, che chiunque abbia a cuore l’unità sostanziale del Paese non può ignorare.
Il cuore della pericolosità di questa riforma, come emerge dalla Memoria SVIMEZ diffusa ieri, risiede in un paradosso contabile e in una omissione politica. Il paradosso è la “clausola di invarianza finanziaria”, un feticcio burocratico secondo cui la riforma deve avvenire “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. L’omissione, gravissima, è la mancanza di un federalismo fiscale pienamente attuato e, soprattutto, di adeguati ed efficienti meccanismi perequativi.
Cosa significa questo, tradotto dal burocratese, per un cittadino di Napoli, di Reggio Calabria o di Bari? Che la qualità e la quantità delle cure a cui avrà diritto dipenderanno non più dal suo bisogno di salute, ma dalla capacità fiscale della sua Regione di residenza. Ovvero, dalla ricchezza prodotta nel suo territorio
Il miraggio delle risorse a “costo zero”
Le Regioni del Nord (Lombardia e Veneto in testa, che da sole vantano saldi attivi consistenti dalla mobilità sanitaria: rispettivamente +385 e +112 milioni di euro nel 2024, come certificato dalle tabelle SVIMEZ) chiedono competenze “aggiuntive”. Chiedono di poter gestire autonomamente i fondi per gli investimenti edilizi e tecnologici, di definire tariffe di rimborso personalizzate, di istituire fondi sanitari integrativi regionali e di avere mani libere sulle politiche del personale.
Qui scatta il paradosso: come si possono esercitare queste nuove funzioni, che per definizione richiedono investimenti, se la legge impone di farlo “nei limiti delle risorse disponibili” e a “saldo zero” per lo Stato? La SVIMEZ svela il bluff: «Affermare che tali interventi debbano essere realizzati esclusivamente nei limiti delle risorse già disponibili svuoterebbe di contenuto le stesse competenze richieste».
L’autonomia differenziata, così come concepita, non crea nuove risorse: le redistribuisce. E lo fa a vantaggio di chi ha già basi imponibili più ampie. Le Regioni con maggiore capacità fiscale potranno trattenere una quota maggiore del gettito prodotto sul proprio territorio per finanziare queste “ulteriori forme di autonomia”. Potranno, in parole povere, pagare di più i medici, comprare macchinari più moderni, abbattere le liste d’attesa e creare un sistema sanitario “premium”
E le Regioni del Sud? Incatenate a capacità fiscali inferiori e storicamente sottofinanziate, non avranno le stesse leve. Il meccanismo che dovrebbe garantire l’uniformità del diritto alla salute su tutto il territorio nazionale – il Servizio Sanitario Nazionale universalistico – verrebbe minato alla base, sostituito da venti sistemi diversi in competizione tra loro.
La competizione predatoria e il deserto medico
L’analisi della SVIMEZ è spietata nel descrivere gli effetti di questa competizione: un “inasprimento” che assume i contorni di una vera e propria dinamica predatoria.
Prendiamo il personale sanitario, risorsa già drammaticamente scarsa in tutto il Paese. Se le Regioni del Nord, grazie all’autonomia finanziaria, potranno offrire stipendi più alti, contratti integrativi più vantaggiosi e migliori condizioni di lavoro (incentivi per le prestazioni aggiuntive, come richiesto nelle intese), assisteremo a una migrazione di massa di medici e infermieri dal Sud verso il Nord. Non sarà più solo la fuga dei cervelli all’estero, ma una fuga interna legalizzata.
Le Regioni più fragili si troveranno nell’impossibilità di reclutare personale, con un conseguente e inevitabile indebolimento dell’offerta sanitaria territoriale e ospedaliera.
Liste d’attesa ancora più lunghe, reparti che chiudono, pronto soccorso al collasso: questa è la prospettiva concreta per il Mezzogiorno. Un Sud “deserto medico”, dove curarsi diventerà un’impresa eroica o un lusso.
Il cerchio si chiude: la mobilità sanitaria passiva
L’ultimo tassello di questo meccanismo perverso è la mobilità sanitaria. Già oggi, il Sud sconta un’emigrazione sanitaria massiccia verso le strutture d’eccellenza del Centro-Nord.
Le tabelle SVIMEZ mostrano saldi netti negativi spaventosi per la Calabria (-193 milioni), la Campania (-210 milioni) e la Sicilia (-138 milioni). Soldi che le Regioni del Sud devono versare a quelle del Nord per le cure dei propri cittadini
L’autonomia differenziata, rafforzando l’attrattività e la qualità dei sistemi sanitari del Nord, non farà che alimentare questo flusso. Le Regioni già più forti consolideranno il proprio ruolo di polo d’attrazione, beneficiando non solo dei flussi finanziari passivi dal Sud, ma anche della capacità di attrarre ulteriormente personale qualificato.
È un circolo vizioso perfetto. Il Sud, impoverito di risorse umane e finanziarie, vedrà la qualità dei propri servizi scadere ulteriormente. Questo spingerà ancora più cittadini a curarsi altrove, trasferendo altre risorse al Nord e depauperando ancora di più il sistema locale.
È l’istituzionalizzazione di un’Italia a due velocità, anzi a due cure: una eccellente per chi se la può permettere o risiede nel “posto giusto”, una residuale e precaria per gli altri.
L’appello (inascoltato) alla perequazione
La SVIMEZ non si limita alla denuncia. Nella sua Memoria, ribadisce la necessità assoluta di rafforzare i meccanismi di perequazione e di garanzia nazionale dei diritti sociali. Sostiene che ogni ulteriore attribuzione di competenze deve essere accompagnata da una valutazione preventiva e rigorosa dei suoi effetti sull’equità del sistema nazionale.
«La maggiore autonomia – sottolinea l’associazione – rischia di amplificare i divari territoriali nel diritto alla salute». Per questo, ogni ulteriore attribuzione di competenze deve essere subordinata all’esistenza di efficaci strumenti di perequazione.
È proprio qui che il progetto Calderoli mostra tutta la sua natura ideologica. La perequazione è vista come un ostacolo, un residuo di “statalismo” da superare in nome dell’efficienza. E i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), che dovrebbero garantire un nucleo minimo di diritti uniforme, restano un miraggio tecnico, la cui definizione è ancora parziale e la cui equiparazione ai vecchi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) è vista dalla SVIMEZ con estrema preoccupazione.
Se i LEA sono stati storicamente incapaci di garantire l’uniformità (come dimostrano i monitoraggi negativi per Regioni come la Liguria, inadempiente nell’area prevenzione, o i valori bassissimi nell’area distrettuale e ospedaliera del Sud), come possono essere un parametro credibile per i LEP?
Conclusione: un Sud come colonia di consumo
L’autonomia differenziata, così come si sta delineando, non è una riforma amministrativa. È una riforma costituzionale surrettizia che mina il principio di uguaglianza sostanziale. Per il Mezzogiorno, rappresenta una minaccia esistenziale.
Si rischia di trasformare il Sud in una colonia di consumo sanitario: un territorio che produce pazienti (e le relative risorse finanziarie) da esportare verso il Nord, ma che è incapace di garantire cure dignitose ai propri cittadini sul proprio suolo.
Continuare su questa strada, ignorando gli allarmi analitici di istituzioni come la SVIMEZ, significa accettare consapevolmente la fine del Servizio Sanitario Nazionale universalistico e la cristallizzazione di un’Italia divisa, dove il diritto alla salute è un lusso legato al CAP di residenza.






