La grande finanza italiana corre sul nucleare ma i conti continuano a non tornare
Scienziati ed economisti si dividono sul fuel mix: transizione necessaria o un salasso per i cittadini? Intanto i "big", dalle banche ad Ansaldo, Exor e ovviamente Enel ed Eni, si sono già posizionati
di Erasmo Venosi
Fisico, già vice presidente della Commissione AIA del Ministero dell’Ambiente, componente del gruppo scientifico Energia e Clima del Parlamento Europeo e consulente di ClientEarth per la Centrale Federico II di Brindisi
La narrazione nucleare è alimentata da slogan come “energia sempre a portata di mano”, “sicura, disponibile sempre, anche per evitare blackout produttivi” e, come colpo finale, “soddisfare la fame di milioni di chilowatt richiesti dall’AI o dai data center”. Una narrazione che ha convinto molte società a investire su fondi di ricerca riguardanti la nota, quanto virtuale, quarta generazione e la fusione nucleare.
Intanto, in uno studio della Banca d’Italia dal titolo L’atomo fuggente, gli economisti Lavecchia e Pasqualini scrivono: “Quale che sia la soluzione tecnica, difficilmente la creazione di nuovi impianti nucleari potrà esimersi da una compartecipazione del pubblico, o come investitore diretto, con finanziamenti o sussidi, oppure indirettamente, mediante società partecipate”. A chiusura di questa tempesta di ottimismo arrivano le dichiarazioni del ministro Pichetto Fratin: “Vogliamo essere protagonisti delle nuove tecnologie, dagli SMR e AMR fino alla fusione, nel quadro della neutralità tecnologica e della transizione energetica europea. Il nucleare sostenibile è una scelta di innovazione, sicurezza e responsabilità verso i cittadini, le imprese e verso l’ambiente”.
Il “nuovo” che avanza
Della fallacia semantica del “nucleare sostenibile” abbiamo già parlato nel precedente articolo. Ma quali sarebbero queste “nuove tecnologie”? Il nucleare usa due processi: fissione e fusione. Tutti i reattori attuali funzionano con uranio o plutonio, mentre della fusione si parla e si sperimenta da 70 anni, e forse solo dopo il 2050 si avrà il primo chilowattora.
Sì, i giornali riportano sperimentazioni di processi di fusione che hanno raggiunto nuovi traguardi, ma l’unica vera domanda resta la seguente: la quantità di energia spesa per raggiungere almeno 100 milioni di gradi è superiore alla quantità di energia generata? Se sì, tutti possono capire che il traguardo non è ancora stato raggiunto.
La neutralità tecnologica dovrebbe intendersi rispetto all’obiettivo della decarbonizzazione (abbattendo cioè le emissioni di biossido di carbonio), mentre chi propone il nucleare sostiene che esso sia a emissioni zero. Falso. Premesso che è la concentrazione di ossido di uranio nel minerale estratto (chiamato yellowcake) a determinare la quantità di roccia da trattare per estrarre l’uranio: con una concentrazione dell’uno per mille di ossido di uranio, da una tonnellata di minerale grezzo si ottiene un chilogrammo di prodotto. Per concentrazioni inferiori è necessario trattare ben 10 tonnellate di minerale per ottenere lo stesso chilogrammo. Se consideriamo che la concentrazione di “uranio fissile” (U235) è del sette per mille, ricercatori come Leeuwen e Smith hanno calcolato che il biossido di carbonio emesso nel procedimento complessivo (estrazione, macinazione, trasporto, arricchimento, smaltimento dei rifiuti e smantellamento centrali) è equivalente a quello emesso da una centrale a ciclo combinato a gas naturale. Una centrale nucleare, inoltre, produce una grande quantità di calore che serve a generare il vapore per la turbina; tuttavia, un buon 70% dell’energia totale deve essere smaltito come calore nell’ambiente circostante, o attraverso torri di raffreddamento o prelevando acqua fredda da fiumi e laghi.
Sulla sicurezza, come più volte ribadito, non esistono ancora reattori di quarta generazione. I gravi incidenti nei reattori a fissione possono avvenire quando, per qualsiasi motivo, si perde anche solo per un istante il controllo della reazione a catena che avviene nel nocciolo.
Quali sono le società che stanno puntando sull’economia dell’atomo?
Chi sono i soggetti interessati al nucleare italiano? Naturalmente il Governo, che ha aderito all’Alleanza Nucleare fondata dalla Francia nel 2023 con lo scopo di “riunire tutti i paesi d’Europa che vogliono appoggiarsi sull’energia nucleare, al fianco delle rinnovabili, per realizzare la loro transizione energetica”. Vi hanno aderito 11 paesi. Altri soggetti sono Nuclitalia e Newcleo. Enel (con il 51%), Ansaldo Energia (con il 39%) e Leonardo (con il 10%) hanno costituito Nuclitalia, che si occuperà di “studiare le tecnologie nucleari più avanzate”, in particolare gli SMR raffreddati ad acqua. La società ha un CdA di 7 membri: il presidente è l’ex rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, mentre l’amministratore delegato è Mastrantonio, responsabile di Nuclear Innovation di Enel. La società dovrebbe diventare il centro operativo di incontro tra pubblico, ricerca e industria. L’obiettivo dichiarato è produrre entro il 2030 l’11% della domanda di energia elettrica con il nucleare.
L’altra società è Newcleo, una startup creata da soci privati che ha già 1500 azionisti e ha raccolto 570 milioni di euro. Tra i soci figurano: Azimut Libera Impresa Sgr, Exor Seeds, Banca Patrimoni Sella, Merloni di Ariston, il banchiere Costamagna e famiglie come Malacalza, Petrone e Colussi. La società vorrebbe testare quest’anno, insieme ad Enea, un reattore dimostrativo da 30 mila chilowatt. Inoltre, è prevista la costruzione di un reattore da 200 mila chilowatt elettrici e di un impianto pilota in Francia per la produzione di combustibile MOX. ENI, invece, punta sulla fusione nucleare, della quale parleremo nel prossimo articolo. In Germania, invece, è stata fondata la startup Proxima Fusion, che usa una tecnologia diversa per i futuribili reattori a fusione: lo Stellarator al posto del Tokamak. Gli investitori italiani ed europei coinvolti sono società di venture capital legate a banche come Neva Sgr di Intesa Sanpaolo, Capital Investissement (società di private equity di Crédit Agricole) e grandi fondi come Apollo e KKR.
Lo studio dell’Università di Padova che punta sul nucleare per alimentare il Nord Italia
Alla fine, oltre alle considerazioni tecniche, contano molto le osservazioni dei due ricercatori di Banca d’Italia e le dichiarazioni di un ingegnere nuclearista che insegna all’Università di Padova (Zollino): “Va bene aumentare le rinnovabili, in particolare il fotovoltaico, che possiamo anche raddoppiare rispetto alla quota attuale. Ma gli studi del mio gruppo di ricerca e del Politecnico di Milano parlano chiaro: è controproducente andare oltre il 50% di energia ottenuta da rinnovabili. Il resto va fatto con il nucleare. Già ora parte dell’energia del fotovoltaico in Puglia si butta d’estate; servirebbe averne di più in Lombardia e Veneto, vicino ai distretti produttivi, dove però i terreni utilizzabili sono pochi e molto costosi. Una centrale nucleare, a parità di spazio occupato, produce dieci volte più energia rispetto al fotovoltaico. Abbiamo calcolato che sono sufficienti 150 miliardi di euro per avere il 50% di energia dal nucleare che, con le nuove leggi europee dal 2023, può essere esentato dalle norme sugli aiuti di Stato, al pari delle rinnovabili”. Il Mase (Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica) prevede invece, per il target dell’11-12%, una spesa di 6 miliardi, di cui quattro dai privati e il resto dallo Stato.
Reattori grandi o piccoli: una questione… elettorale
Anche il professor Zollino ha da ridire sulle modalità concrete scelte dal governo, ossia quella di usare una tecnologia sperimentale: i reattori nucleari piccoli e modulari (SMR), ancora non disponibili sul mercato. Arriveranno solo nel prossimo decennio, come ha spiegato lo stesso Mase. «Non ha senso: già ci vogliono dieci anni per fare una centrale, perché perdere altro tempo, per di più su una tecnologia incerta? Sfruttiamo invece le attuali tecnologie», aggiunge. «I grandi impianti danno più certezze, sì, ma costano di più; inoltre la nostra rete non è stata progettata per supportarli», ribatte l’ingegner Ippolito.
Zollino a questo punto diventa caustico: «In realtà, la maggioranza non ha il coraggio di sfidare fino in fondo la pancia del proprio elettorato, che ha una paura immotivata dei reattori. Così, vuole cavarsela proponendo impianti più piccoli». Altro tema impopolare è capire quali comuni ospiteranno i depositi per le scorie, «che però, come i reattori, sono a prova di terremoto e schianto aereo. Molto più sicuri di un normale impianto industriale», dice Zollino. «Dal 2015 l’Italia ha uno schema di legge sui depositi, ma nessun governo precedente vi ha dato seguito. Eppure, al mondo non c’è mai stato nemmeno un morto a causa della gestione delle scorie», conferma Ippolito. La nuova legge prova a superare le resistenze investendo in campagne di comunicazione e nel coinvolgimento dei territori nelle scelte. Sul piatto ci sono anche fondi per migliorare la viabilità nelle aree interessate. «È vero, c’è una resistenza da parte di alcuni movimenti popolari – dice l’onorevole Amich – ma questo governo ha già dimostrato di avere il coraggio di prendere decisioni utili al futuro, anche se non piacciono a chi non conosce la materia».
Gli scienziati insistono: l’Italia ha bisogno sia di potenziare le rinnovabili sia del nucleare. Un traguardo possibile solo se si avrà la forza di superare opposti populismi, radicati da decenni. È questa, probabilmente, la sfida più difficile. Accademia e governo concordano sulla necessità di un fuel mix, ma i tempi, le scelte sugli impianti, la gestione delle scorie e le riserve dei Comuni lasciano il quadro ancora aperto.
Un intero fronte finanziario e accademico si muove per il ritorno all’atomo. Un nucleare che, secondo i critici, non ha nulla di nuovo da offrire, tanto che molto acutamente il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi chiosò: “Il nucleare è più vecchio del transistor”. Un altro esperto come Angelo Tartaglia, ingegnere nucleare del Politecnico di Torino, ha calcolato che basterebbe coprire il 2% del territorio nazionale con pannelli fotovoltaici per produrre una quantità di energia sufficiente a soddisfare l’intero fabbisogno nazionale. Infine, i dati presentati nel World Energy Outlook dell’AIE offrono un quadro chiaro: il costo di generazione dell’elettricità prodotta con le nuove centrali nucleari è stimato in 170 dollari per 1000 kWh, contro i 50 dollari per un’uguale quantità prodotta con il fotovoltaico (cioè 3,4 volte di meno). L’eolico onshore costa 2,8 volte di meno e l’eolico offshore 2,4 volte di meno del nucleare. Evocando Nietzsche, verrebbe da ripetere che sul nucleare “è il perenne ritorno del sempre uguale”, con costi e rischi scaricati sulle spalle dei cittadini.





