Il paradosso dell'atomo: il Governo rivuole i reattori ma non sa dove mettere le scorie del passato
Mentre in Parlamento si lavora alla Legge Delega per il ritorno al nucleare, il deposito unico resta una incognita. Il conto lo pagano gli italiani con le loro bollette

In Parlamento accelera sulla legge delega per il ritorno all’energia nucleare ma continua a non fare chiarezza sul suo più grande e irrisolto scheletro nell’armadio energetico: l’individuazione del deposito unico nazionale per i rifiuti radioattivi. Mentre si pianifica la costruzione dei reattori del futuro, che comunque non sarebbero pronti prima di quattro lustri, da quasi quarant’anni lo Stato non è in grado di stabilire dove mettere le scorie ereditate dal passato, ovvero quelle prodotte prima del referendum del 1987 che decretò lo stop alle centrali.
Ad oggi i rifiuti di media e bassa intensità, insieme a quelli ad alta derivanti dallo smantellamento (decommissioning) dei vecchi impianti, sono stipati in decine di depositi temporanei sparsi per il Paese e all’estero.
Una soluzione precaria, costosa e non più sostenibile
Le quattro ex centrali si trovano a Caorso in provincia di Piacenza, a Trino nel Vercellese, l’impianto del Garigliano situato a Sessa Aurunca in provincia di Caserta e, infine, la centrale di Latina nel Lazio. Oltre a questi quattro reattori principali, il processo gestito da Sogin coinvolge anche diversi impianti legati al ciclo del combustibile, come il sito Eurex di Saluggia e l’Itrec di Rotondella.
Della Cnapi alla Cnai senza una decisione definitiva
Il percorso burocratico per l’individuazione del sito definitivo è un capolavoro di rinvii e meline istituzionali. La svolta ufficiale sembrava arrivata nel gennaio del 2021, quando la Sogin (la società di Stato responsabile dello smantellamento degli impianti) pubblicò la Cnapi: la Carta delle aree potenzialmente idonee. Quest’ultima selezionava 67 aree in tutta Italia (concentrate soprattutto in Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia) rispondenti a rigidi criteri geometrici, geologici e sismici. Da quel momento è scattata la fase delle consultazioni pubbliche, segnata dalle barricate compatte di tutte le regioni e dei comuni coinvolti, terrorizzati dall’impatto d’immagine e ambientale sui territori. Nel dicembre 2023, la Sogin ha poi partorito la Cnai, la Carta nazionale delle aree idonee, riducendo la lista a 51 zone. Per sbloccare lo stallo, il governo introdusse persino la possibilità di presentare autocandidature da parte di comuni non inclusi nella mappa originale, ma ad oggi una decisione definitiva e vincolante non è ancora stata presa.
Per chi accetterà il deposito sul proprio territorio sono previsti forti incentivi economici finanziati tramite un contributo sui coefficienti delle tariffe elettriche, garantendo royalty annuali multimilionarie agli enti locali. Il pacchetto include investimenti massicci in infrastrutture stradali e digitali, la creazione di un polo di ricerca tecnologica internazionale e posti di lavoro stabili tra tecnici, ricercatori e indotto logistico.
Le aree idonee beneficerebbero, inoltre, di stringenti piani di monitoraggio ambientale continuo e della riqualificazione green del territorio circostante.
Il trauma di Scanzano Jonico: quando lo Stato tentò il blitz
Per capire i timori della politica odierna, bisogna fare un salto indietro nel tempo fino al novembre del 2003. Il secondo governo Berlusconi scelse la via del decreto d’urgenza per tagliare il nodo gordiano: il Consiglio dei Ministri decretò, senza alcuna concertazione locale, che il Deposito Nazionale unico di terza categoria sarebbe sorto a Scanzano Jonico, in provincia di Matera, sfruttando le profonde miniere di salgemma della località Terzo Cavone. La reazione della Basilicata fu immediata, oceanica e travolgente. Per oltre quindici giorni un’intera regione si bloccò: uno sciopero generale permanente paralizzò strade, ferrovie ed i raccordi commerciali del Mezzogiorno, culminando in una marcia pacifica di oltre centomila persone. Quella rivolta popolare di massa passò alla storia come “i giorni di Scanzano”. Di fronte alla fermezza del territorio e alla solidarietà della vicina Puglia, il governo fu costretto a una clamorosa marcia indietro: il decreto venne modificato in Parlamento e il nome di Scanzano venne definitivamente cancellato dal testo, lasciando nello Stato un trauma politico profondo sulla gestione del consenso attorno al nucleare.
Perché si parla ancora di energia nucleare nonostante i referendum del 1987 e del 2011?
Il dibattito sul ritorno all’atomo è ripartito perché i referendum non hanno sancito un divieto costituzionale perpetuo ma hanno abrogato specifiche leggi dell’epoca, lasciando al Parlamento la facoltà legislativa di normare nuovamente la materia.
Chi spinge per un ritorno al nucleare considera il contesto odierno profondamente mutato a causa degli stringenti obiettivi europei di decarbonizzazione, che impongono la ricerca di fonti stabili e a zero emissioni di carbonio per integrare le rinnovabili, e al contesto geopolitico internazionale. Tra le motivazioni che vengono poste vi è anche l’evoluzione tecnologica dei reattori di terza generazione e dei piccoli reattori modulari (SMR), considerati più sicuri e flessibili rispetto agli impianti del passato.
La bolletta delle scorie e il conto alla rovescia dei quindici anni
Nel frattempo, l’incapacità di decidere ha un costo economico diretto e salatissimo per i contribuenti italiani. Per svuotare le vecchie centrali e mettere in sicurezza il combustibile irraggiato più pericoloso (ad alta attività), l’Italia ha dovuto stringere accordi commerciali con la Francia (sito di La Hague) e con il Regno Unito (sito di Sellafield). In base a questi trattati, le scorie sono state spedite oltreconfine per essere trattate e riprocessate.
Questo servizio, gestito da Sogin, non è gratuito: l’Italia paga ogni anno decine di milioni di euro ai partner stranieri per l’affitto dei depositi e le operazioni tecnologiche. Fondi che vengono prelevati direttamente dalle bollette elettriche dei cittadini tramite la componente degli oneri di sistema (A3). La beffa finale è che i contratti internazionali prevedono il rientro obbligatorio in Italia dei residui vetrificati e riprocessati. Il conto alla rovescia è già partito e la scadenza è fissata entro i prossimi quindici anni. Se per quella data il Deposito Nazionale unico non sarà pronto ed operativo, l’Italia non solo non saprà dove collocare fisicamente questi container ad altissima radioattività di ritorno da Francia e Inghilterra, ma andrà incontro a penali finanziarie internazionali stratosferiche. Mentre la politica discute dei reattori del futuro, il tempo per rimediare agli errori del passato sta per scadere. E il costo, come sempre, continua a finire in bolletta.





