La calda estate presenta in queste settimane il conto e tra costi energetici e temperature fuori controllo fotografa, anche in questo caso, le disuguaglianze del Paese. Nel Mezzogiorno, ad agosto, la domanda di elettricità è cresciuta del 18,2% rispetto allo stesso mese del 2025. Un aumento superiore alla media nazionale, pari al 16,5%, e a quello del Nord, fermo al 13,2%. Sono i dati Terna diffusi il 21 settembre. Aumentare la spesa energetica significa inevitabilmente accrescere l’impatto economico dei rincari su una fetta specifica della popolazione. E quel 18,2% meridionale merita di essere guardato da vicino.
In generale, un aumento dei consumi elettrici può accompagnare l’apertura di nuove fabbriche, l’espansione dei servizi, la sostituzione di macchinari alimentati da combustibili fossili. Può però anche indicare la necessità di difendersi da condizioni ambientali diventate più difficili. Le conseguenze economiche sono diverse. Spendere di più per mantenere sopportabile la temperatura di una casa o di un negozio assorbe risorse senza garantire, di per sé, un aumento del reddito. Ed è esattamente quello che è accaduto.
È da qui che dovrebbe partire una riflessione sul Sud, dalla distanza fra l’energia che serve per crescere e quella che occorre per continuare a vivere e lavorare nelle condizioni di prima.
Il peso delle notti calde
Il fabbisogno elettrico nazionale di agosto ha raggiunto 28,9 terawattora, il valore più alto mai registrato per questo mese. Terna segnala temperature medie superiori di 2,6 gradi rispetto all’agosto precedente e di 3 gradi rispetto alla media del decennio. Nelle ore notturne lo scarto rispetto al 2025 è arrivato mediamente a 5 gradi. È un dettaglio decisivo, perché prolunga il ricorso al raffrescamento. Il caldo notturno modifica le abitudini e allunga il tempo durante il quale si chiede elettricità alla rete. Per capire che cosa comporti basta pensare a un appartamento all’ultimo piano, esposto al sole per tutta la giornata: quando arriva sera, la necessità di raffreddarlo può essere ancora molto forte. La disponibilità di produzione fotovoltaica, invece, viene meno con il tramonto.
Questo disallineamento pone una domanda concreta alla politica energetica: quanta dell’elettricità prodotta nelle ore di sole siamo in grado di rendere disponibile quando serve dopo il tramonto? E quanto possiamo ridurre il bisogno di raffrescamento intervenendo sugli edifici? Il bilancio mensile non basta a rispondere. Servono consumi ora per ora, differenze territoriali, informazioni sugli immobili e sugli usi dell’energia. Ma indica con chiarezza quali domande cominciare a fare.
Il solare cresce, il sistema deve seguirlo
Sul versante della produzione, agosto offre un altro elemento importante. Il fotovoltaico italiano ha generato 6,2 terawattora, il 20,4% in più rispetto a un anno prima. Nel complesso, le rinnovabili hanno coperto il 41,4% della domanda nazionale. È un contributo consistente, sostenuto anche dall’aumento della capacità installata, come sottolinea la stessa Terna. La crescita del solare, tuttavia, si è accompagnata a un arretramento dell’idroelettrico del 16% e dell’eolico del 24,2%. Il risultato complessivo è una produzione rinnovabile sostanzialmente stabile, in aumento dello 0,4%, mentre la domanda correva molto più velocemente (con buona pace della narrazione governativa che racconta di una crescita netta).
La lezione riguarda il funzionamento dell’intero sistema: aggiungere pannelli è utile ma occorre anche poter utilizzare la loro produzione nei luoghi e negli orari necessari. Per questo accumuli, collegamenti e gestione dei consumi devono entrare nella stessa discussione degli impianti. Una batteria, una rete adeguata e un edificio che richiede meno raffrescamento affrontano aspetti diversi dello stesso problema.
La bolletta non pesa allo stesso modo per tutti
Per le famiglie, intanto, il problema si presenta in termini assai meno tecnici: quanto costa tenere acceso il condizionatore? Il 18,2% in più di domanda territoriale non equivale a un rincaro della stessa misura per ogni utenza. La spesa dipende dai consumi individuali, dal contratto e dalle altre componenti della bolletta. Quel numero non permette quindi di calcolare quanto abbia pagato una famiglia di Taranto, Bari o Palermo. Sarebbe però altrettanto sbagliato ignorare la questione distributiva.
A parità di spesa aggiuntiva, il peso sul bilancio cambia con il reddito. E la possibilità di intervenire sulla casa dipende dalle risorse disponibili e dal fatto di esserne proprietari oppure inquilini. Chi può investire in schermature, isolamento e apparecchi efficienti dispone di strumenti che altri non hanno. Ecco perché le differenze di reddito territoriale fanno ancora una volta la differenza, facendo pagare gran parte del conto ai più poveri e alle vittime delle iniquità territoriali.
Una politica per affrontare il caldo dovrebbe partire anche da queste differenze. Il sostegno alla bolletta risponde a un bisogno immediato; migliorare gli edifici può ridurre il bisogno che genera quella spesa. Occorre tenere insieme i due tempi, evitando che l’adattamento resti affidato soltanto alla capacità di acquisto delle singole famiglie. Lo stesso ragionamento riguarda le attività economiche. Per un negozio o una struttura ricettiva, mantenere ambienti utilizzabili durante un’ondata di calore è parte del lavoro quotidiano. Se cresce l’elettricità necessaria a svolgere la stessa attività, bisogna capire quanto del costo possa essere assorbito e quanto finisca sui prezzi. I dati Terna non misurano questi effetti sui bilanci aziendali: indicano però un fenomeno che merita di essere indagato.
Un esempio: la domanda che riguarda la Puglia
Per la Puglia la discussione sulle rinnovabili dovrebbe comprendere stabilmente questo aspetto: come collegare gli investimenti energetici ai bisogni di chi abita e lavora sul territorio. Nella valutazione dei progetti dovrebbero trovare spazio anche l’autoconsumo, le possibilità di accumulo, la qualità delle reti locali e l’efficienza degli immobili pubblici. Si potrebbe cominciare dalle scuole, dalle abitazioni più esposte, dalle strutture assistenziali e dai luoghi di lavoro. Individuare dove il caldo crea maggiori difficoltà, misurare i consumi, scegliere gli interventi e verificarne i risultati. Anche l’ombra, le schermature e la cura degli spazi urbani dovrebbero entrare nella programmazione, insieme alle opere elettriche.
L’obiettivo sarebbe molto concreto: ridurre l’energia necessaria a rendere vivibili gli ambienti e garantire quella che continua a servire. È su risultati di questo tipo che i cittadini possono misurare l’utilità della transizione. Il 18,2% registrato al Sud e nelle Isole lascia dunque una domanda aperta. Quanta parte dei nostri prossimi investimenti dovrà servire semplicemente a sostenere il costo di estati più difficili? Rispondere richiede dati migliori e scelte pubbliche precise. Nel frattempo, chi si ritrova a mezzanotte con la casa ancora calda ha già capito il problema. Gli manca una soluzione che possa permettersi. E il caldo, come i redditi, non è distribuito equamente sul territorio nazionale.






Nella Fig.6 di https://gndmnn2026.substack.com/p/lestate-del-26-e-le-altre il numero totale di notti estive con caldo estremo nel Salento: nel 2026 sono state 70 su 92
un fenomeno con cui anche la programmazione delle risorse pubbliche è ora che faccia i conti