Export, il Sud doppia la crescita del resto del Paese ma serve più equità per trattenere i giovani
L'analisi di Mediobanca: nel 2026 il Mezzogiorno guiderà la crescita delle esportazioni ma carenza di competenze, fuga degli under 35 e imprese più frammentate continuano a frenare lo sviluppo
Il 2026 sarà l’anno dell’export per le imprese manifatturiere del Mezzogiorno. A dirlo sono i numeri dell’ultimo report di Mediobanca “IV capitalismo italiano: competitività, capitale umano e assetti di governance” , prevedendo un incremento del 6,3% su base annua. È il dato più promettente che emerge dall’analisi dei territori italiani e che rappresenta quasi il doppio della crescita prevista nelle altre aree del Paese.
Si prevede, inoltre, sempre per il Sud, una crescita superiore alla media nazionale dei fatturati, su del 3,1 per cento rispetto a più 2,5. Un incremento che è secondo solo a quello che si registrerà nelle regioni del Nord-Ovest.
Numeri importanti in piena continuità con la crescita delle piccole e medie imprese registrate negli scorsi mesi ma che non devono generare eccessivo entusiasmo. La distanza in termini assoluti tra l’economia del Sud e quella del resto del Paese rimane ampia.
Il peso ancora limitato del Sud
Il IV Capitalismo preso in considerazione da Mediobanca comprende le medie imprese (forza lavoro tra 50 e 499 dipendenti e volume di vendite tra 19 e 415 milioni di euro) e la prima fascia delle grandi aziende (c.d. «medio- grandi», più di 499 dipendenti e/o un fatturato fino ai 3 miliardi di euro). Il 38% è localizzato nel Nord Ovest, il 37,5% nel Nord Est, il 13,6% nel Centro e solo il 10,9% nel Sud e Isole. Lombardia (27,8%), Veneto (19,3%) ed Emilia-Romagna (13,2%) concentrano la quota più elevata di imprese. Una fragilità che riflette la tradizionale frammentazione dell’economia meridionale, il che la rende più delicata durante i ciclici periodi di turbolenza.
Le competenze che le aziende non trovano
C’è un altro aspetto che limita e non poco il recupero di queste distanze: l’elevata quota di imprese del Sud che evidenziano un mismatch tra competenze disponibili e fabbisogni aziendali. In parole povere mancano le risorse umane per fare il definitivo salto di qualità. Non si tratta solo di limiti nella formazione, anche se l’arretratezza del sistema universitario meridionale è un dato di fatto conseguente alle limitate risorse che ha a disposizione.
Il tema dell’emigrazione dei giovani rappresenta il primo vero limite dell’economia del Sud. Qui le imprese ricercano soprattutto profili tecnici (75,6%) e operai specializzati (68,3%), ma l’83% delle aziende del territorio evidenzia difficoltà nell’allineare le competenze disponibili alle proprie esigenze produttive e organizzative.
Un limite che non si riesce a colmare neanche con gli stranieri. Il 54,3% delle aziende del IV Capitalismo del Mezzogiorno impiega personale non italiano. Rappresenta mediamente il 10% della forza lavoro. Poco rispetto all’84,9% del Nord Est. Senza dimenticare che quando i giovani riescono a non partire e a lavorare nella propria terra convincerli a rimanere durante l’intera vita professionale diventa una sfida tutta da vincere.
La sfida è trattenere i giovani, non solo assumerli
Gli under35 hanno rappresentato il 40% delle assunzioni degli ultimi cinque anni contro il 44% del Centro Italia e del Nord Ovest.
Tra i principali fattori che possono ridurre l’attrattività per le nuove generazioni al Sud, sempre secondo l’indagine, emergono la localizzazione delle sedi ritenuta meno favorevole rispetto ad altri territori (35,6%), il welfare insufficiente e la minore flessibilità lavorativa (entrambi, 30,4%).
Un aspetto culturale, il secondo, e l’atavico ritardo infrastrutturale nei collegamenti il primo. La conferma che la ricerca di una migliore qualità della vita è sempre più il centro intorno a cui ruota la pianificazione della vita delle nuove generazioni. Aspetti che stridono fortemente con quei diritti differenziati che vorrebbero sempre più legare i servizi alla forza economica, già acquisita, che è in grado di esprimere un territorio. Facendo finta di non comprendere che, in realtà, è proprio il pari trattamento negli investimenti pubblici su base territoriale a porre le basi per una definitiva affermazione delle imprese del Sud nel contesto internazionale. Perché da parte loro ce la stanno mettendo tutta, così come dimostra il dato sull’export e sulla crescita dei fatturati. Alcune scelte politiche nazionali, invece, sembrano andare in tutt’altra direzione.






