Ex Ilva, sedici anni persi tra bugie, ricerca del messia e un finto liberismo di Stato
Lo stop all'area a caldo chiude un'epoca di colonizzazione e ritardi. Ora una strategia industriale non è più rinviabile. Taranto merita di rinascere oltre la retorica del turismo
Il governo questa volta sembra intenzionato a non procedere per decreto pur di tenere aperta l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Fa notizia il rispetto della decisione della Corte d’Appello di Milano con la quale intima lo stop alla produzione, entro 90 giorni, di quello che era il più grande impianto siderurgico d’Europa. Il perché è facile da spiegare: non ci si può impegnare con centinaia di milioni di euro per smantellare l’amianto e abbattere le emissioni di polveri sottili. Quella che doveva essere una operazione verità da realizzare già nell’estate del 2012, quando intervenne la prima ordinanza di sequestro degli impianti firmata dal gip Patrizia Todisco, sta avvenendo gioco forza in questi giorni a seguito di un ricorso presentato dall’associazione Genitori Tarantini.
La retorica del privato salvifico: da Riva ad ArcelorMittal e, forse, a Jindal
Il Paese ha perso sedici anni di nuova programmazione economica e industriale, rincorrendo il miracolo che di colpo avrebbe riportato tutti agli anni ‘90, quando l’Ilva garantiva più di ventimila occupati (oggi sono poco più di ottomila) e produceva dieci volte più acciaio di oggi.
Anche all’idea salvifica del privato che arriva e risolve tutto (immagine ricorrente nel liberismo di facciata che stiamo vivendo in questi anni) sta lasciando spazio a quel pragmatismo che era necessario già allora. Oggi il governo non può che riconoscere che il re è nudo.
Anche provare a buttarla in caciara, rievocando toghe rosse o verdi che erano solo nelle teste di chi non voleva affrontare il problema, non servirebbe a nulla. Dovrebbero negare che l’amianto faccia male, ad esempio. Ma si può nel 2026?
Massimo Battista: “La fabbrica è piena d’amianto, va fermata subito”. Da Genoa a Taranto, una storia di colonizzazione industriale
Quando ho letto il decreto con il quale il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso degli undici ricorrenti di Taranto, guidati dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, il pensiero è andato a Massimo Battista. Lavoratore dell’Ilva mobbizzato per le sue denunce prima, attivista e consigliere comunale poi, è stato tra gli artefici del movimento di rivolta per una Taranto diversa, fin quando la malattia l’ha portato via. La questione dell’amianto, di cui quella fabbrica vetusta è piena, era per lui un punto fermo. Non era per tutti così: per molti era solo uno dei tanti aspetti oscuri di questa vicenda. Sapeva che su tutto avrebbero potuto inventare, negando anche i dati sanitari, ma sulla fibra che da sessant’anni distrugge la vita di tante persone nel mondo no. Troppa letteratura scientifica da demolire. Aveva ragione. Cosa accadrà adesso è difficile da prevedere. Una cosa è certa: Taranto non sarà più come prima e se ne faccia una ragione Silvia Salis, sindaca di Genova che nelle scorse ore ha auspicato una rapida soluzione del problema, preoccupata delle conseguenze per le lavorazioni a freddo in Liguria che dipendono dall’area a caldo di Taranto.
È fin troppo facile ricordare alla prima cittadina che quelle stesse cokerie che nella sua città furono bandite, anche qui a seguito dell’intervento della Magistratura, furono smontate e portate in riva allo Ionio più di trentacinque anni fa. Una operazione di colonizzazione industriale dalla doppia morale, fotografia di un preciso atteggiamento verso il Mezzogiorno: c’è dove non si può e dove si può.
È giunto il momento di rimarginare anche questa ferita.
La scelta industriale che Meloni non può più rinviare e il futuro di Taranto (oltre la retorica del turismo)
Le energie mai come oggi devono essere riversate su altro. I sedici anni sprecati alla ricerca di soluzioni messianiche, lasciano solchi profondi che allontanano l’industria italiana da quella mondiale. La scelta di disinvestire le risorse inizialmente stanziate per il Dri, finalizzato a una produzione a idrogeno dell’acciaio, è forse il simbolo più evidente. Il governo Meloni si trova di fronte a una domanda alla quale deve urgentemente dare una risposta: nella nuova Europa, pronta ad armarsi per far fronte all’inaffidabilità dell’alleato americano, si può poggiare tutto (o quasi) sulla produzione di acciaio tedesco, pronto a riconvertire alla causa bellica anche l’industria automobilistica? Assodato che l’ex Ilva rappresenta il passato e che ammodernare gli impianti costerebbe di più che realizzarli da zero altrove, che indirizzo politico-industriale intende perseguire?
E poi c’è la città dei due mari.
Taranto sta vivendo, suo malgrado, una fase di importante rilancio. I Giochi del Mediterraneo, che si terranno a fine agosto con nuovi impianti sportivi di caratura nazionale e internazionale; gli investimenti del Pnr, a cominciare dalle Brt che promettono di ridisegnare la mobilità urbana; il Just Transition Fund con il suo miliardo di euro da investire per il cambiamento; un nuovo ospedale che punta a diventare per tecnologia e competenze un riferimento interregionale. C’è poi l’aeroporto, tenuto da decenni volutamente spento (o quasi) per non intaccare il mercato passeggeri di quelli di Brindisi e Bari. Forse una rinnovata centralità del capoluogo ionico potrebbe obbligare a ridiscutere alcune gerarchie. Nel frattempo stanno per essere completati i lavori di ammodernamento del nuovo terminal.
Certo, non basta tutto questo per cambiare il corso della storia. C’è la scommessa del porto, ad esempio, che al momento è persa, tra personale in cassa integrazione perenne e traffico merce asfittico anche, ma non solo, per il ridimensionamento degli scambi a livello mondiale. Uno scalo quello ionico che, a fronte di mille promesse, è rimasto asservito agli usi industriali. Manca una visione industriale, anche qui, che faccia veramente uscire la città dalla monocoltura dell’acciaio, ora che di brame e coil se ne vedranno sempre meno.
C’è poi nel dibattito pubblico un ricorrente ricorso al turismo come panacea di tutti i mali. Un errore concettuale e aritmetico ancor prima che politico, perché ben vengano i turisti ma non solo Taranto è agli ultimi posti nelle graduatorie delle presenze nei comuni pugliesi, ma va ricordato che l’ospitalità, dato nazionale, incide solo sul 10% del Pil.
Un impatto importante, sia chiaro, ma non al punto da destinare ad esso ogni aspettativa di rinascita, non dimenticando che soprattutto nel Mezzogiorno i dati mostrano un valore aggiunto economico ancora molto, ma molto basso. Anche il dare il giusto peso a ogni cosa deve far parte della città del futuro. E non vale solo per Taranto.








