Ex Ilva, quanto costa tenere aperto il passato
Nel 2012 per i giudici servivano 8 miliardi per ammodernarla. Ne sono stati spesi, in gran parte sprecati, almeno 4. Produce poco e (quasi) nessuno la vuole: un buco nero nei conti pubblici italiani
La notizia della scorsa settimana ha il sapore del già visto: un nuovo decreto legge stanzia 100 milioni di euro di risorse pubbliche correnti per garantire la continuità aziendale dell’ex Ilva di Taranto in amministrazione straordinaria e dare una boccata d’ossigeno alle aziende dell’indotto tarantino, strozzate dai crediti incagliati.
Presentato come l’ennesimo intervento “urgente e straordinario”, questo stanziamento in realtà non ha nulla di eccezionale. È solo l’ultima goccia di un oceano di denaro pubblico che dal 2012 a oggi è stato sistematicamente bruciato per tenere in vita artificialmente lo stabilimento siderurgico di Taranto.
Dal giorno del sequestro preventivo firmato dalla magistratura tarantina nell’estate di quattordici anni fa, la fabbrica non è più stata governata dalle regole del mercato ma da una legislazione speciale. Una contabilità d’emergenza che, calcolatrice alla mano, svela un paradosso spaventoso.
La cronologia del miliardo perpetuo: quattordici anni di “Salva-Ilva”
Per capire la dimensione del cortocircuito, bisogna mettere in fila i provvedimenti cardine che hanno commissariato, finanziato, scudato e protetto lo stabilimento nell’ultimo decennio abbondante: una pioggia di soldi che non è servita a invertire la storia di impianti decadenti e obsoleti ma solo a garantire la copertura delle spese correnti.
Il costo occulto: le risorse sottratte alle alternative
Se sommiamo i finanziamenti diretti, gli aumenti di capitale sottoscritti dallo Stato, l’utilizzo dei fondi dei Riva distolti dalle bonifiche originarie e la spesa per la cassa integrazione straordinaria (costantemente rinnovata dal 2012 per migliaia di lavoratori), la cifra complessiva di 4 miliardi di euro di risorse pubbliche.
Il vero dramma di questa rendicontazione non è solo finanziario ma politico. C’è una sproporzione etica tra:
La puntualità della finanza d’emergenza: Lo Stato trova sempre, in poche ore e tramite decretazione d’urgenza, i 100, 400 o 600 milioni necessari per pagare le bollette energetiche dello stabilimento o tacitare le proteste dell’indotto.
La lentezza dei fondi strutturali per la transizione: Le risorse destinate a costruire un futuro economico alternativo per Taranto rimangono regolarmente incagliate nelle secche della burocrazia per anni. Un esempio è il Just Transition Fund (JTF). Rappresenta una dote europea da 796 milioni di euro concepita specificamente per finanziare la riconversione economica e il post-acciaio dell'area di Taranto. Tuttavia, a causa di una governance frammentata e le incertezze sul futuro industriale, la spesa reale è attualmente vicina allo zero. Solo recentemente la Regione Puglia ha pubblicato i primi bandi.
La politica del cerotto
Il decreto degli scorsi giorni, dunque, non risolve nulla. Serve solo a comprare qualche mese di tempo in attesa che la procedura di gara per trovare nuovi acquirenti privati arrivi a conclusione. Ma la storia dal 2012 a oggi dimostra che nessun privato può accollarsi i costi di un impianto strutturalmente fuori mercato e gravato da un debito ambientale gigantesco senza pretendere, dopo poco tempo, nuove iniezioni di denaro pubblico o nuove deroghe di legge.
Continuare a trattare Taranto come un’emergenza temporanea da sanare a colpi di decreti legge è la più grande bugia economica degli ultimi quattordici anni. L’Italia non ha bisogno di uno Stato che raschia il barile per pagare i debiti del passato, ma di un’amministrazione capace di spendere i miliardi già stanziati per finanziare il futuro.
Uno sperpero di risorse pubbliche che non è finalizzato al perseguimento di una politica industriale ma a tenere in piedi una produzione che, oramai da anni, non arriva a tre milioni di tonnellate d’acciaio annui (ne servirebbe il triplo per rendere economicamente sostenibile la fabbrica).
Il mondo chiede meno acciaio ma prodotto in maniera green
Mentre l’Italia continua ad affrontare la questione dell’ex Ilva guardandosi l’ombelico e perlopiù tirando avanti sperando in un miracolo, nel mondo la produzione di acciaio si è contratta nell’ultimo mese del 4,2%. Non perché manchi la domanda ma per l'inasprimento dei controlli in Cina, i conflitti in Medio Oriente che danneggiano le rotte logistiche e i margini di profitto sempre più ridotti dei produttori. È sempre più richiesto, inoltre, acciaio prodotto con un impatto ambientale contenuto, come ad esempio avviene con i forni elettrici. Entrambi sono elementi che non facilitano un rilancio dello stabilimento ionico e che dovrebbero far riflettere sulle scarsissime potenzialità del sito.
Produrre acciaio standard con ciclo integrato a carbone in Europa oggi espone le aziende a costi energetici e quote di CO2 insostenibili sul mercato libero
Il mercato internazionale è disposto a pagare un prezzo più alto (green premium) solo per l’acciaio a basse emissioni. Chi non si adegua rischia l’esclusione dalle catene di fornitura ad alto valore aggiunto (come l’automotive europeo). Mentre i grandi player globali riorganizzano gli impianti focalizzandosi sui margini anziché sui volumi, lo stallo di Taranto rischia di mantenere la fabbrica agganciata a un mercato fossile globale che i leader del settore stanno progressivamente abbandonando.
Il “Piano Flacks” e il miraggio dei 5 miliardi: la storia si ripete?
Se la contabilità dei decreti dimostra come lo Stato continui a coprire le perdite correnti, l’orizzonte strategico dell’ex Ilva è oggi appeso a un unico filo: la trattativa in esclusiva avviata dai commissari straordinari con Flacks Group, il fondo d’investimento statunitense con sede a Miami guidato dall’investitore Michael Flacks.
Presentatosi sulla scena con annunci altisonanti alla fine del 2025 — tra cui un piano di investimenti monstre da 5 miliardi di euro, la promessa di tutelare circa 8.500 posti di lavoro e il passaggio tecnologico a due forni elettrici per la decarbonizzazione —, il gruppo americano ricalca fedelmente la narrazione del “cavaliere bianco” già vista all’epoca dell’accordo con ArcelorMittal.
I nodi che stanno rallentando la chiusura del dossier, inizialmente prevista per il primo quadrimestre del 2026, si articolano su tre precise criticità tecniche:
L’acquisto a “1 euro” e lo Stato socio: L’offerta economica di Flacks prevede l’acquisizione degli asset per una cifra simbolica, pretendendo però che lo Stato italiano (tramite Invitalia) rimanga stabilmente all’interno della compagine societaria con una quota strategica vicina al 40%. Di fatto, il privato chiede di gestire gli impianti ma esige che il pubblico continui a fare da paracadute finanziario.
L’ultimatum dei commissari e i dubbi sui partner: Nei primi mesi del 2026, la terna commissariale (con in testa Giovanni Fiori) ha dovuto inviare lettere di chiarimento ultimative a Flacks, giudicando il piano industriale “non ancora del tutto soddisfacente” e chiedendo di dettagliare garanzie reali, fondi liquidi e, soprattutto, l’identità dei partner industriali siderurgici che dovrebbero affiancare un fondo che, per sua natura, è specializzato in ristrutturazioni finanziarie e non in produzione di acciaio.
Le mine giudiziarie sul territorio: A complicare il negoziato si sono aggiunte le recenti ordinanze sindacali di Taranto (come lo stop alla centrale termoelettrica dello stabilimento) e i ricorsi al Tar.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e l’AIA a “scadenza mobile”
La battaglia legale attorno all’ex Ilva si rigenera da anni anche davanti alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) di Strasburgo, che già nel 2019 e nel 2022 ha condannato l'Italia per non aver protetto la salute dei cittadini dall'inquinamento dello stabilimento. Nonostante i ripetuti ricorsi presentati da cittadini e associazioni ambientaliste contro i continui decreti “Salva-Ilva” e le relative immunità penali, lo Stato italiano ha continuato a opporre la linea della continuità produttiva strategica. Questo braccio di ferro giuridico internazionale evidenzia il profondo divario tra le tutele ambientali imposte dai trattati europei e la legislazione d'emergenza nazionale, che di fatto congela l'applicazione delle sentenze in nome della salvaguardia dell'acciaio nazionale. A ingarbugliare definitivamente il quadro è intervenuta anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. I giudici di Lussemburgo hanno stabilito un principio chiarissimo: se le attività industriali presentano pericoli gravi e inevitabili per la salute umana e l’ambiente, l’esercizio dello stabilimento deve essere sospeso.
La Corte ha sancito che le proroghe concesse dallo Stato italiano per l’applicazione dell’AIA non possono violare il diritto alla salute dei cittadini
Questo significa che l’attuale gestione commissariale non sta solo rincorrendo i cantieri meccanici, ma si trova sotto la scure di una potenziale chiusura giuridica se i monitoraggi ambientali dovessero certificare l’impossibilità di produrre in sicurezza. L’attuazione completa delle prescrizioni ambientali dell’AIA – che originariamente si sarebbe dovuta concludere molti anni fa – è stata agganciata ai vari decreti d’emergenza del governo. L’ultimo termine vincolante per il completamento di tutti i lavori di ambientalizzazione è stato fissato per fine 2026.
Le rassicurazioni del Governo
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha recentemente ribadito la linea del governo sulla gestione dell'ex Ilva, dichiarando: «Noi non intendiamo minimamente dismettere il sito siderurgico di Taranto, che riteniamo fondamentale per l'economia e l'industria italiana». Commentando lo stanziamento d'emergenza delle scorse settimane, il ministro ha sottolineato l’esigenza di tutelare la continuità produttiva e occupazionale, evidenziando che «l’obiettivo del decreto è garantire la liquidità necessaria alle aziende dell'indotto e mettere in sicurezza lo stabilimento in questa fase di transizione».
Nonostante Michael Flacks continui a dichiarare pubblicamente che «gli ostacoli giudiziari non spaventano il gruppo», la storia degli ultimi quattordici anni insegna che nessun piano industriale può reggere l’impatto di uno stabilimento strutturalmente sotto sequestro e privo di certezze legali.






