Euro 2032: perché tre stadi dovrebbero essere scelti al Sud e si può fare a meno di Milano
Dai milioni già in campo per Palermo a Napoli alla capacità ricettiva del Salento: il Mezzogiorno ha progetti, infrastrutture e capacità. Andranno scelte solo cinque città ospitanti italiane
Mentre la FIGC e le istituzioni lavorano alla definizione dei dossier per UEFA Euro 2032, l’appuntamento condiviso tra Italia e Turchia, si delinea un’occasione strategica per il Paese: farne la vetrina del riscatto e della centralità del Mezzogiorno. Le scelte sulle cinque sedi italiane definitive non sono ancora state prese. Proprio in questa fase di pianificazione è importante guardare con fiducia alle grandi energie progettuali che il Centro-Sud sta mettendo in campo.
Non si tratta di avanzare pretese ma di riconoscere una realtà oggettiva: il Mezzogiorno ha le competenze, la passione, la storia e una solida capacità di gestione dei grandi eventi, elementi necessari per offrire a UEFA e tifosi un’esperienza moderna e di altissimo livello.
Questi sono gli impianti tra cui verrà scelta la cinquina definitiva:
Roma: Stadio Olimpico, nuovo impianto a Pietralata e progetto per il Flaminio.
Milano: Stadio San Siro (o ipotesi nuovo impianto).
Torino: Allianz Stadium.
Firenze: Stadio Artemio Franchi (in fase di restyling/nuovo stadio).
Bologna: Stadio Renato Dall’Ara.
Napoli: Stadio Diego Armando Maradona (o nuovo progetto).
Bari: Stadio San Nicola.
Cagliari: Nuovo Stadio di Cagliari.
Genova: Stadio Luigi Ferraris.
Palermo: Stadio Renzo Barbera.
Lecce: Stadio Via del Mare.
Verona: Stadio Marcantonio Bentegodi.
Salerno: Stadio Arechi.
La prova dei fatti: dai Giochi del Mediterraneo di Taranto agli investimenti di Palermo e Napoli
La dimostrazione più chiara della maturità organizzativa del Sud è Taranto con i Giochi del Mediterraneo. La macchina logistica e infrastrutturale pugliese sta mostrando di saper gestire un evento multidisciplinare di portata internazionale, coordinando cantieri e riqualificazioni urbane. Tra pochissimi giorni la città accoglierà atleti e delegazioni da oltre venti paesi. Un modello di efficienza e sostenibilità economica che mostra come il Mezzogiorno sappia programmare ed eseguire con responsabilità, offrendo solide garanzie anche di fronte a sfide complesse.
È una capacità di visione che trova riscontro anche nei singoli dossier cittadini in corsa per Euro 2032. A Palermo, il progetto per il “Renzo Barbera” e la riqualificazione dell’area circostante non rappresenta un semplice maquillage ma un piano di trasformazione radicale dal valore complessivo di 330 milioni di euro. Un’operazione virtuosa che coinvolge la Regione Sicilia (circa 60 milioni), il Comune (circa 70 milioni) e l’investimento privato del City Football Group (circa 200 milioni).
A Napoli, la forza attrattiva globale della città si unisce al piano di restyling dello stadio “Diego Armando Maradona”, sostenuto da un investimento pubblico comunale di 210 milioni di euro. Insieme alla centralità istituzionale e logistica di Roma, questa dorsale rappresenterebbe il cuore pulsante e l’infrastruttura naturale dell’evento. Un progetto quello partenopeo slegato dalla squadra di calcio che sta progettando la realizzazione di un nuovo stadio di proprietà che non sarebbe completato, però, in tempo per l’Europeo. Ad eccezione di quest’ultimo aspetto, tutti gli altri interventi sono pienamente compatibili con la scadenza del 2032.
Bando all’ipocrisia sull’accoglienza: il Salento non si fa dare lezioni di ricettività
Un’altra città del Sud in corsa per rientrare tra le cinque sedi italiane è Lecce. Quando si parla di piazze medio-piccole, però, torna ciclicamente una scusa comoda quanto debole: la presunta “incapacità” di reggere l’impatto logistico e alberghiero di un grande torneo rispetto alle metropoli. Si tratta di un’argomentazione pretestuosa, usata ad arte per difendere le posizioni di rendita delle grandi città e che si sta facendo strada anche in questa circostanza.
La domanda da porsi è semplice: davvero si vuol far credere che il Salento non abbia le strutture necessarie? Se la ricettività fosse davvero un problema, per quale motivo ogni estate milioni di turisti italiani e internazionali, vip e grandi eventi si concentrano proprio in questo territorio? Parlare di deficit di accoglienza per una delle capitali europee del turismo è un paradosso illogico. Il Salento dimostra ogni anno sul campo di avere una macchina dell’ospitalità, dei trasporti turistici e della ristorazione collaudata ed enorme. Lo stadio “Via del Mare”, con gli ammodernamenti realizzati in occasione dei Giochi di Taranto, è inserito in un contesto territoriale che sa già perfettamente come accogliere il mondo.
Stalli e ritardi al Nord: per una volta si può fare benissimo a meno di Milano
Il tema dell’accoglienza può essere anche un diversivo per distogliere l’attenzione da cosa accade nelle città del Nord che ambiscono ad accogliere l’Europeo. Le vicende legate all’impiantistica, infatti, mostrano che le grandi metropoli non sono affatto esenti da paralisi burocratiche e incertezze. Il caso di Milano è emblematico: mentre il tempo stringe verso le scadenze UEFA, il progetto per il nuovo stadio di Milan e Inter resta incagliato tra complessi iter amministrativi, discussioni sulla destinazione di San Siro e tempi di realizzazione che rischiano di andare troppo oltre. Anche quello di Firenze è in ritardo con i lavori.
Di fronte a un quadro in cui il capoluogo lombardo è alle prese con questi ritardi strutturali, va detta una cosa con assoluta chiarezza: per una volta, si può fare benissimo a meno di Milano. Non esiste alcun dogma che imponga la presenza di San Siro per la riuscita di un Europeo. Un’edizione centrata sulle certezze del Sud, sulla spinta di Roma, Napoli, Palermo e sulla forza ricettiva della Puglia non avrebbe nulla da invidiare a nessuno, dimostrando che l’Italia sa fare sistema.
Il precedente di Italia ‘90
Italia ‘90 è stata l’ultima grande kermesse calcistica organizzata in Italia. Coinvolse dodici stadi sparsi lungo tutta la penisola che furono al centro di una stagione di rinnovamento e ammodernamento senza precedenti per l’impiantistica sportiva nazionale. Per quell’occasione vennero costruiti due impianti completamente nuovi: lo Stadio San Nicola di Bari, progettato dall’architetto Renzo Piano e soprannominato “Astronave” per la sua particolare struttura sospesa, e lo Stadio delle Alpi di Torino, pensato per prendere il posto dello storico Comunale. Tra gli stadi che subirono interventi di ristrutturazione radicale spiccano il Giuseppe Meazza di San Siro a Milano, dove fu realizzato il famoso terzo anello sorretto dalle torri cilindriche, e lo Stadio Olimpico di Roma, che venne ricostruito interamente con l’aggiunta della grande copertura integrale, diventando il teatro della finale tra Germania Ovest e Argentina.





Anche il San Paolo di Napoli e il Luigi Ferraris di Genova furono interessati da profonde trasformazioni: l’impianto napoletano fu coperto con una struttura in acciaio e policarbonato, mentre Marassi venne ricostruito mantenendo le sue caratteristiche torri d’angolo. Gli altri sei stadi scelti per la fase finale furono l’Artemio Franchi di Firenze, il Marcantonio Bentegodi di Verona, lo Stadio della Favorita di Palermo (che in seguito prese il nome di Renzo Barbera), il Sant’Elia di Cagliari, il Renato Dall’Ara di Bologna e il Friuli di Udine. Tutti questi impianti furono dotati di nuove coperture, aggiornamenti strutturali, aumenti della capienza e sistemi di sicurezza considerati all’avanguardia per quegli anni. Nonostante le polemiche sui costi cresciuti e le difficoltà di gestione di alcune strutture dopo il mondiale, i dodici stadi di Italia ‘90 sono rimasti la base del calcio italiano nei trent’anni successivi, continuando a vivere nell’immaginario collettivo come simboli architettonici di quella estate calcistica indimenticabile. Ecco perché, facendo le giuste proporzioni, anche la scelta degli stadi italiani di Euro 2032 dovrebbe tener conto di tutte le potenzialità del Paese e non solo di una sua parte.
Un modello sostenibile per il futuro del Paese
Garantire un ruolo da protagonista alle città del Sud significherebbe anche promuovere un modello di gestione dei grandi eventi attento all’equilibrio finanziario.
Se le recenti Olimpiadi invernali assegnate al Nord hanno mostrato la complessità di contenere spese e costi infrastrutturali cresciuti nel tempo, le grandi città del Mezzogiorno offrono progetti mirati, basati sulla riqualificazione dell’esistente e su un tessuto ricettivo già pronto ad assorbire l’evento.
L’Europeo 2032 può e deve essere la consacrazione di questa maturità. Valorizzare le piazze del Mezzogiorno permetterà all’Italia di presentarsi alla UEFA con un volto completo, energico e profondamente mediterraneo. La decisione finale sulle cinque sedi è ancora da scrivere: premiare la capacità organizzativa e la forza reale dei territori del Sud è la scelta più lungimirante che il calcio italiano possa compiere.





