Produrre castagne diventa sempre più complicato alle nostre latitudini. Lo sanno bene nel Gargano, dove il 2026 rischia di essere ricordato come l’anno in cui il raccolto è quasi scomparso. E potrebbe non essere un episodio isolato.
Coldiretti Puglia parla di un crollo superiore al 90% rispetto a un’annata normale. Per capire cosa significhi non servono grandi elaborazioni statistiche: basta osservare gli alberi. Ricci piccoli, spesso incapaci di arrivare a maturazione, frutti che non si sono sviluppati.
Quest’anno hanno pesato soprattutto la lunga siccità e le temperature elevate. Ma sarebbe troppo semplice fermarsi qui. I castagneti arrivavano già indeboliti dal cinipide galligeno e da altre fitopatie. Caldo e scarsità d’acqua hanno aggravato una situazione che era già fragile.
Il cambiamento climatico entra in questa storia proprio così: non come spiegazione buona per tutto, ma come fattore che rende più frequenti e più pesanti condizioni già difficili da sopportare.
Certo, quello delle castagne è un caso molto circoscritto geograficamente. Ed è proprio questa dimensione locale a renderlo concreto. Perdere nove decimi di un raccolto in una sola stagione significa andare ben oltre la normale oscillazione delle rese agricole. Vuol dire perdere reddito, lavoro e, per alcune aziende, una parte consistente dell’intera annata.Quest’anno hanno pesato soprattutto la lunga siccità e le temperature elevate ma sarebbe troppo semplice fermarsi qui. I castagneti arrivavano già indeboliti dal cinipide galligeno e da altre fitopatie. Il caldo e la mancanza d’acqua hanno aggravato una situazione che era già fragile. In sole due parole la colpa è del cambiamento climatico, con tutti gli effetti che si trascina dietro.
Quello delle castagne un caso molto circoscritto geograficamente. Proprio per questo, però, rende il problema estremamente concreto. Perdere nove decimi di un raccolto in una sola stagione significa andare ben oltre la normale oscillazione delle rese agricole. Significa perdere reddito, lavoro e, in alcuni casi, una parte consistente dell’intera annata.
E il problema, poi, non riguarda solo le castagne.
Le olive soffrono caldo e siccità
La campagna olivicola 2026 presenta forti differenze da una provincia all’altra, ma in buona parte della Puglia i numeri sono negativi.
Secondo Coldiretti, nel Foggiano e nel Tarantino la produzione è stimata in calo del 40%. Sul Gargano la flessione è del 30%, tra Bari e Bat del 20%, mentre nel Brindisino si va oltre il 40%.
Lecce fa storia a sé. Qui i nuovi impianti resistenti alla Xylella stanno entrando in produzione e hanno consentito una ripresa consistente.
Anche per gli olivi l’acqua resta una delle questioni decisive. A settembre venivano segnalati frutti piccoli e avvizziti in diversi areali pugliesi, dopo settimane di temperature molto alte e precipitazioni insufficienti.
Quando l’acqua manca, però, il problema non è soltanto quanto si raccoglie. Bisogna irrigare di più, quando si può, e quindi sostenere costi maggiori. Il conto arriva due volte: nella produzione e nei bilanci delle aziende.
Pomodori buoni, ma meno del previsto
Per il pomodoro da industria la storia è leggermente diversa.
La qualità delle prime raccolte è risultata buona, ma le rese sono state inferiori alle aspettative. In primavera a creare problemi sono state soprattutto le piogge, che hanno rallentato la preparazione dei terreni e complicato il lavoro delle aziende. Poi è arrivata l’estate, con temperature elevate e scarsità d’acqua.
Nell’Alta Murgia, ad agosto, alcuni produttori sono arrivati persino a coprire i pomodori per evitare le scottature. In diversi campi si è lavorato durante la notte o alle prime ore del mattino.
Sono episodi apparentemente piccoli, ma raccontano bene come stiano cambiando le condizioni nelle quali si produce.
Le ciliegie colpite dall’opposto: troppa acqua
Il 2026, però, insegna anche un’altra cosa: non tutto può essere raccontato attraverso la siccità.
Per le ciliegie Bigarreau del Sud-Est barese il problema è stato quasi opposto: troppa acqua nel momento sbagliato.
A maggio, dopo giorni di pioggia e vento, Coldiretti stimava perdite medie intorno al 40%, con punte ancora maggiori nelle zone più colpite. Molti frutti erano danneggiati al punto da non poter più essere commercializzati.
Poi è arrivato il problema dei prezzi. Mentre diminuivano le quantità disponibili, le quotazioni riconosciute ai produttori sono scese rapidamente: dai 6-7 euro al chilo delle prime fasi della raccolta fino a 2-3 euro.
Meno ciliegie da vendere e meno soldi per quelle rimaste.
L’uva racconta un’altra storia
Poi c’è il vino. Ed è proprio la vendemmia a rendere il bilancio agricolo del 2026 meno lineare di quanto potrebbe sembrare.
La produzione pugliese è stata stimata in crescita di circa il 10% rispetto all’anno precedente, con uve sane e una qualità giudicata elevata.
Questa volta le piogge invernali e primaverili sono state un aiuto. Hanno ricostituito le riserve idriche dei terreni e consentito alle viti di arrivare all’estate in condizioni migliori.
Per i viticoltori, infatti, la questione principale è soprattutto commerciale. A settembre nelle cantine pugliesi erano ancora presenti oltre 4,2 milioni di ettolitri della campagna precedente, proprio mentre arrivava una nuova vendemmia abbondante.
È un passaggio importante: un buon raccolto non significa automaticamente una buona annata per chi produce.
Il clima non basta a spiegare l’agricoltura
Se si mettono insieme castagne, olive, pomodori, ciliegie e uva, viene fuori una fotografia meno semplice.
Nel 2026 caldo e siccità hanno messo in difficoltà castagneti, oliveti e parte delle produzioni orticole. Pioggia e vento hanno invece compromesso una quota importante delle ciliegie. Quelle stesse precipitazioni, arrivate in altri mesi e con diversa intensità, hanno fatto bene ai vigneti.
Per questo parlare genericamente di «effetto clima» rischia di dire poco.
Una pioggia può salvare una coltura a marzo e danneggiarne un’altra a maggio. Il caldo può accelerare una maturazione o bruciare i frutti. La siccità può ridurre direttamente il raccolto oppure costringere un’azienda a spendere molto di più per irrigare.
Il punto, per chi lavora la terra, è soprattutto la crescente difficoltà di prevedere cosa accadrà.
L’agricoltura vive invece di programmazione. Bisogna decidere quando seminare, irrigare, intervenire e raccogliere. Gli investimenti vengono fatti mesi, spesso anni, prima. Se aumentano l’incertezza e gli eventi estremi, aumenta inevitabilmente anche il rischio economico.
Nel Gargano, quest’anno, quel rischio ha assunto una dimensione impressionante: oltre il 90% del raccolto di castagne è andato perduto.
È il numero che resta più facilmente impresso. Ma se si guarda anche a olive, pomodori, ciliegie e uva, diventa evidente che la questione è più grande di una singola coltura.
L’agricoltura pugliese sta già facendo i conti con condizioni climatiche più instabili. E spesso, quando il clima lascia qualche margine, ci pensa il mercato a ridurre quello economico.
Il problema è che la politica continua troppo spesso a intervenire quando il danno è già avvenuto. Acqua, infrastrutture irrigue, assicurazioni, reddito agricolo e adattamento non possono essere affrontati ogni anno come se ci trovassimo davanti a un’emergenza imprevedibile. Il raccolto delle castagne del Gargano dice esattamente il contrario.






