Non l’avrei mai detto che un giorno avrei scritto dell’area a caldo di Taranto al passato. La sentenza della Cassazione 19310/2026 mette una pietra tombale sulle speranze di chi voleva trascinare per un altro po’ la produzione più inquinante dello stabilimento tarantino. Nonostante le evidenze sanitarie, nonostante molti impianti appartengano già all’archeologia industriale. È un momento storico per Taranto, la mia città, ma non per questo felice.
Quando si pronunciò la Corte d’appello di Milano lo scorso luglio, imponendo il fermo degli impianti entro novanta giorni, mi tornarono alla mente le parole di Massimo Battista, ex operaio del siderurgico e attivista che ha sempre denunciato quello che accadeva in fabbrica e che per questo pagò un caro prezzo (qui raccontò il mobbing subito https://youtu.be/XT7pWC0q7TI?is=yAuQ6oiJvnyST_Pu). “Quella fabbrica chiuderà perché è piena di amianto” mi disse un giorno a margine di una delle tante assemblee interminabili che caratterizzarono la nascita del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti nel 2012. Esattamente 2.140 tonnellate scrivono i giudici che per questo, oltre che per le polveri sottili, hanno fermato l’area a caldo. Oggi Massimo non c’è più, morto anche lui come tanti altri tarantini per un tumore. Restano i numerosi ricordi della strada fatta insieme ma anche il rammarico per un politico (era consigliere comunale alla seconda consiliatura) che avrebbe fatto ancora tanto per la sua città.
Colpisce, o forse no, che la sentenza della Cassazione arrivi poche ore dopo la laurea di sua figlia Rosaria in giurisprudenza italo-francese con una tesi dal titolo “La responsabilità amministrativa nella pubblica amministrazione: l’autotutela tra il diritto alla salute e il diritto all’ambiente nel caso ex Ilva”.
Mi passano nella testa tanti ricordi. A cominciare dai silenzi: quelli della politica dei primi anni duemila, a cui se prospettavi un futuro senza la fabbrica passavi per pazzo; all’editoria nazionale, totalmente sorda quando si chiedeva spazio e attenzione su quello che stava accadendo a Taranto; a quella locale, troppo attenta a raccogliere le briciole che cadevano dagli affari collaterali del siderurgico per raccontare la verità. Il tutto con le dovute eccezioni che non sono bastate, però, per redimere una società incancrenita intorno a interessi che avevano radici profonde. Così distratta da non accorgersi che il mondo stava cambiando.
Credo che vada detta una cosa con grande chiarezza: senza l’intervento della Magistratura e dell’associazione “Genitori Tarantini”, che ai giudici ha continuato a fare ostinatamente ricorso, non si sarebbe mosso nulla. Lo dico con grande dispiacere perché in questa ammissione c’è la sconfitta di un sistema Paese che avrebbe volentieri continuato a guardare da un’altra parte.
È anche per questo che non mi colpiscono le parole della sindaca di Genova Silvia Salis, per nulla empatica verso Taranto ma preoccupata solo del fatto che non subiscano contraccolpi le produzioni delle fabbriche del Nord. Altro che leader nazionale.
Quella della contrapposizione d’interessi tra le due aree del Paese è un’altra ferita di questa vicenda. Perché quella stessa tecnologia che a Genova è stata fermata nel 2005 perché provocava malattie e morte per Taranto doveva, e per qualcuno dovrebbe, andare avanti. Per loro un accordo di programma che ha salvaguardato i lavoratori e lo smantellamento delle cokerie, per Taranto impianti che cadono a pezzi e inquinano.
Ci sono voluti quattordici anni dal sequestro degli impianti, in seguito all’inchiesta Ambiente Svenduto, per fermare davvero l’area a caldo dell’ex Ilva. Ben quarantaquattro, invece, dalla prima condanna in primo grado dell’allora Italisider per «getto pericoloso di cose», previsto dall’articolo 674 del codice penale, pronunciata dall’allora pretore di Taranto Franco Sebastio. La condanna fu cancellata dalla Cassazione ma poi confermata in via definitiva nel 1999, in altro processo, sempre sulla base della dispersione di polveri minerali nelle aree circostanti di cui si era già ampiamente a conoscenza.
Tanto, troppo tempo. In tutti questi decenni non si è lavorato a uno sviluppo differente, affinché si arrivasse preparati a questo momento. Nel frattempo, giusto per fare qualche esempio senza allontanarsi troppo dal capoluogo ionico, nel barese le aziende tecnologiche impiegano oltre dodici mila addetti (più dell’ex Ilva, dati Movimprese-Camere di Commercio) e il Salento è esploso come fenomeno turistico di caratura europea. Neanche il porto a Taranto, che avrebbe caratteristiche eccezionali in termini di intermodalità e spazi retroportuali, ha avuto lo sviluppo sperato e si è continuato ad asservirlo perlopiù agli utilizzi industriali.
L’elenco delle cose che non hanno funzionato è lungo. Resta il rammarico di chi sperava in un futuro diverso, non solo nella chiusura del “mostro”. L’auspicio è che almeno adesso si prendano finalmente sul serio le parole che scrivemmo nel documento politico della terza edizione di Uno maggio Taranto nel 2015, il mega evento organizzato ogni anno in occasione della festa dei lavoratori dal Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti: chiusura programmata delle fonti inquinanti e reimpiego dei lavoratori nelle attività di bonifica.
Ricordo che quelle parole, nate dalla volontà di non lasciare nessuno indietro in questa storia, divennero in breve tempo lo slogan di diversi partiti politici. Come spesso accade, però, interpretarono a modo loro il significato delle parole, in particolare di “chiusura delle fonti inquinanti”.
Anche su questo la sentenza della Corte d’appello di Milano prima e della Cassazione poi hanno fatto chiarezza. Ma non ce n’era bisogno…






