Al Sud per i servizi sociali si spende un terzo. Cosa non è stato raccontato a Kate Middleton
Dopo la visita della principessa alle eccellenti scuole emiliane proviamo a fare parlare i numeri: per i Comuni del Nord-Est 207 euro all'anno pro capite per il Welfare, per quelli del Sud 78
Non è solo una sensazione: è un’evidenza contabile. In Italia i diritti fondamentali non dipendono dalla Costituzione ma dal codice postale. Il Mezzogiorno è intrappolato in una spirale di disuguaglianze nonostante la crescita del Pil confermata in questi giorni anche da un instant paper pubblicato da Invitalia. “Secondo Confindustria e SRM (Studi e Ricerche per il Mezzogiorno) - si legge nel report - tra il 2019 e il 2024 il PIL meridionale è cresciuto del 7,7%, rispetto al 5,8% della media nazionale. Nel 2025 si è registrata una crescita dello 0,7% - superiore al +0,5% nazionale - con un ulteriore rafforzamento nel 2026 (+0,9%)”. Anche Banca d’Italia conferma questa traiettoria: tra il 2019 e il 2023 il Pil del Mezzogiorno è cresciuto del 6,7%, circa 2,5 punti in più rispetto al resto del Paese. Numeri che stridono con quanto viene investito dallo Stato nelle politiche sociali.
SVIMEZ nel 2025 ha calcolato che un bambino del Sud perde mediamente 200 ore di scuola l’anno rispetto a un suo coetaneo del Nord. Non si tratta di un semplice ritardo scolastico ma di un furto di futuro legalizzato e contabilizzato
La lotteria del Welfare: 207 contro 78
Un dato significativo riguarda la spesa sociale dei Comuni calcolata dall’Istat. Quelli del Nord-Est spendono mediamente circa 207 euro all’anno per abitante. Nel Nord-Ovest 133. Nel Mezzogiorno la media cala a 78 euro (con la Calabria che crolla all'ultimo posto nazionale a soli 38). Se si stringe il campo sulla spesa calcolata esclusivamente per la popolazione residente fino a 17 anni (quindi nidi, supporto socio-educativo e mense), il divario diventa ancora più drammatico: nelle regioni settentrionali si superano diffusamente i 350 euro a bambino (fino al picco estremo della Provincia Autonoma di Bolzano con 883 euro). Al Sud la spesa crolla a 96 euro a bambino in Calabria e si mantiene a livelli minimi nel resto del Mezzogiorno. L'Istat evidenzia il controsenso: proprio dove si registra la percentuale più alta di famiglie in povertà assoluta (oltre l'11% da Roma in giù), i Comuni spendono meno. Per l'area “povertà e disagio adulti”, la spesa è di appena 13 euro a residente al Sud, contro i 29 euro del Nord-Est.
Chi è povero al Sud ha paradossalmente meno reti di protezione pubblica locale rispetto
a chi si trova nella stessa condizione al Nord

Questa disparità non è figlia di una diversa volontà politica locale (inutile quindi accanirsi contro i cattivi sindaci come spesso accade) ma di una “capacità fiscale” asfittica e di una legislazione volutamente discriminatoria. I comuni meridionali, mediamente più poveri e gravati da debiti strutturali, dispongono di meno risorse proprie da destinare al Welfare. È un cane che si morde la coda: la fragilità economica del territorio genera povertà di servizi che a sua volta impedisce lo sviluppo sociale e il riequilibrio. Un meccanismo che ignora il fatto che, stando alla Costituzione, i diritti dei cittadini dovrebbero essere garantiti a qualsiasi latitudine del Paese. Invece mentre regioni come l'Emilia-Romagna, la Toscana e l'Umbria hanno già superato l'obiettivo europeo del 45% di posti disponibili rispetto ai bambini residenti, gran parte del Sud (Sicilia, Campania, Calabria e anche la Puglia) viaggia ancora su una media compresa tra il 15% e il 22%.
Il dramma della “spesa storica”: chi spendeva di più è stato premiato
Nella ripartizione delle risorse pubbliche si è consumato per decenni un paradosso solo parzialmente risolto: lo Stato finanziava i servizi locali non in base ai bisogni reali dei cittadini, ma in base a quanto quel territorio spendeva in passato. Se un Comune non ha mai avuto un asilo nido o un servizio di assistenza sociale perché privo di fondi, la spesa storica per quel servizio era pari a zero e zero è rimasta nel riparto dell’anno successivo. Al contrario, le realtà storicamente più ricche e strutturate continuavano a ricevere risorse costanti, cristallizzando e accrescendo il divario geografico. Questo meccanismo ha trasformato i diritti civili in una lotteria legata alla propria residenza. L’introduzione dei “fabbisogni standard” — che dovrebbero calcolare il costo oggettivo per garantire i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) a ogni cittadino — resta ad oggi un’incompiuta burocratica. Il risultato è un Paese a due velocità, in cui la spesa pubblica non corregge le disuguaglianze, ma le finanzia per legge.
Il caso Puglia: maglia nera per tempo pieno e mense
Prendiamo l’esempio della Puglia dove c’è una delle coperture di asili nido più basse tra le grandi regioni italiane: si spendono circa 110 euro per bambino residente (0-2 anni), contro gli oltre 250 di molte aree del Centro-Nord:
Mense scolastiche: Maglia nera, con oltre il 72% degli alunni della primaria senza accesso al servizio mensa.
Tempo pieno: Solo il 21,3% delle classi pugliesi offre il tempo pieno, a fronte di una media nazionale del 40% e punte del 60% in Lombardia.
Facendo il calcolo delle ore totali, un bambino pugliese che non ha accesso al tempo pieno, alla fine dei cinque anni di elementari, avrà frequentato circa 800 ore di lezione in meno rispetto a un suo coetaneo di Milano o Bologna. Di fatto, è stato sottratto un intero anno scolastico di formazione, socializzazione e opportunità.
Il discorso non cambia se si analizzano i dati dei sistemi territoriali (gestiti dagli Ambiti di Zona):
La spesa media pro capite dei Comuni pugliesi per i servizi sociali (disabili, anziani, famiglie svantaggiate) si aggira intorno agli 85-95 euro per abitante.
Il paradosso del PNRR: il rischio dei “gusci vuoti”
Si sta vivendo quella che è definibile come “l’illusione dei cantieri”. Il PNRR sta finanziando muri e infrastrutture ma c’è un enorme punto interrogativo sulla spesa corrente. Come su riportato, in Calabria e Campania la spesa pro capite per i servizi per l’infanzia è già oggi tre volte inferiore rispetto a Toscana o Emilia-Romagna.
Senza fondi per pagare gli stipendi degli educatori, il rischio concreto è che le nuove opere diventino le “cattedrali nel deserto” di domani: asili nido bellissimi che chiusi perché i comuni non avranno i soldi per farli funzionare dopo il 2026. Senza spesa corrente
le infrastrutture sono inutili e pesano sul debito ecologico e sociale
Si sta condannando il Sud a diventare un immenso ospizio a cielo aperto, costruendo asili nido senza i fondi per pagare gli stipendi delle educatrici. Senza una spesa corrente strutturale, quelle realizzazioni diventeranno le cattedrali nel deserto della prossima generazione che sarà, tra l’altro, sempre meno numerosa. Ogni anno decine di migliaia di giovani qualificati abbandonano i territori meridionali a causa della carenza di opportunità occupazionali stabili e del progressivo indebolimento dei servizi essenziali come sanità, trasporti e istruzione. In questo contesto, l’accelerazione verso l’autonomia differenziata non appare come una riforma gestionale, ma come la cristallizzazione definitiva di un’ingiustizia già scritta nei numeri. Se non si riequilibrano i punti di partenza per legge, affinché un cittadino nato al Sud non abbia diritto a meno futuro di uno nato al Nord, non si sarà ancora fatto il primo passo. Ecco perché con le difficoltà di bilancio alle porte per lo Stato nella seconda metà del 2026, parlare di riequilibrio della spesa pubblica (e dei diritti) non può più essere un tabù.
Fonti:
Banca d’Italia: L’economia delle regioni italiane - L’economia del Mezzogiorno (Aggiornamenti congiunturali e dati sul PIL territoriale relativi al quadriennio post-pandemia).
SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno): Rapporto sull'economia e la società del Mezzogiorno (Analisi fondamentale sul divario nei servizi essenziali, l'impatto dei criteri della spesa storica e l'allarme sulla sostenibilità futura degli asili nido PNRR).
Invitalia: Rapporto annuale sugli investimenti e la coesione territoriale (Analisi della crescita del PIL del Sud al +6,7% e monitoraggio dell’avanzamento dei progetti legati alle imprese meridionali).
ISTAT – Report "La spesa sociale dei Comuni e i servizi per la prima infanzia" (Rilevazione sui servizi sociali dei Comuni singoli e associati).
OCSE (OECD iLibrary): Pensions at a Glance / Spesa sociale e previdenziale nei paesi membri (Dati comparativi sulla spesa previdenziale italiana vicina al 16% del PIL).
Ministro per gli Affari Europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il PNRR: Relazioni semestrali al Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR (Dati sulla spesa in conto capitale per asili nido e infrastrutture comunali).
SOSE (Soluzioni per il Sistema Economico) / Ministero dell’Economia e delle Finanze: Fabbisogni Standard e Capacità Fiscali dei Comuni (I canali ufficiali che documentano il divario tra “spesa storica” e introduzione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni - LEP).
Corte dei Conti: Relazione sul coordinamento della finanza pubblica (Focus sulle difficoltà dei Comuni del Mezzogiorno nel coprire la spesa corrente per il personale da destinare alle nuove strutture PNRR).



